lunedì 30 novembre 2009
Potrebbe essere lo sfogo di un padre qualunque.
La lettera che qui potete leggere, invece, è del direttore generale della Luiss.
Da la repubblica.it "Figlio mio, lascia questo Paese"
Ethan Hawke e Winona Ryder in una scena del film Giovani, carini e disoccupati
domenica 29 novembre 2009
sabato 28 novembre 2009
CACCIARI: RELIGIONE E TEOLOGIA FONDAMENTALI
«Dovrebbe essere una materia obbligatoria così come la teologia nelle università statali» – intervista di Francesco Dalmas Tratto da Avvenire del 13/08/2009Massimo Cacciari non ha dubbi. «La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia »
Il motivo di tanta perentorietà?
Siamo in presenza di un analfabetismo di massa in campo religioso
Dunque lei è per l’obbligatorietà dell’insegnamento, senza se e senza ma.
Non lo dico da oggi: sarebbe civile che in questo Paese si insegnassero nelle scuole i fondamenti elementari della nostra tradizione religiosa. Sarebbe assolutamente necessario battersi perché ci fosse un insegnamento serio di storia della nostra tradizione religiosa. Lo stesso vale per le università; sarebbe ora che fosse permesso lo studio della teologia nei corsi normali di filosofia, esattamente come avviene in Germania.
La religione, dunque, alla pari della lingua italiana o della matematica. Non può essere un optional…
Macché optional. Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi.
A suo avviso non è sufficiente l’insegnamento che oggi viene assicurato?
No. Sappiamo benissimo che ora l’ora di religione non conta come dovrebbe contare, viene presa sottogamba.
Invece?
Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo come facciamo con l’italiano piuttosto che con la filosofia o il greco o, ancora, il latino.
In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque.
Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie. Lo dico perché vorrei una Chiesa che si ponesse di fronte allo Stato e dicesse: ‘ Ma non è indecente che nelle nostre scuole non ci sia la religione cattolica? È una materia importante al pari dell’italiano, della storia, dell’arte e della filosofia. Non è indecente che un ragazzo possa uscire dal liceo senza sapere cos’è il Vangelo? E all’università non si dovrebbe poter studiare teologia in modo da poter formare anche un corpo docente in grado di poter insegnare alle scuole medie professionalmente?’.
Messaggio della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana in vista della scelta di avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica nell'anno 2010-2011
L’anno scolastico ha preso avvio da qualche settimana, segnato da cambiamenti e innovazioni finalizzati a tenere il passo con le trasformazioni della società nell’orizzonte europeo e globale.
La Chiesa che è in Italia, consapevole che la scuola è luogo imprescindibile di formazione della persona nella dimensione individuale e sociale, ne segue con attenzione e partecipazione gli sforzi, condividendo le ansie di quanti si adoperano attivamente nel compito educativo. Essa si fa “compagna di viaggio”, dei genitori, dei docenti e degli studenti, cooperando – nelle modalità che le sono proprie – all’educazione integrale delle giovani generazioni.
In particolare, con l’insegnamento della religione cattolica, propone all’interno dell’offerta formativa l’orizzonte di valori provenienti dal ricco patrimonio del cristianesimo, che segna profondamente la cultura occidentale, declinandosi in Italia soprattutto nella forma cattolica. I grandi valori universali della dignità della persona, della pace e della giustizia, le molteplici espressioni dell’arte, della musica e della letteratura, delle feste, degli usi e costumi costituiscono la trama organica della nostra civiltà e resterebbero incomprensibili, se disancorati dalla radice cristiana che li ha generati e dalla figura e dall’opera di Gesù Cristo, che ne è il fondamento. Il Santo Padre Benedetto XVI ci ha ricordato che “grazie all’insegnamento della religione cattolica, la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali, decifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto ed a raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro” (Discorso ai partecipanti all’incontro degli insegnanti di religione cattolica, Roma, 25 aprile 2009).
Sono queste le ragioni che ci inducono a invitare genitori e studenti a scegliere l’insegnamento della religione cattolica, preziosa opportunità culturale che consente anche di confrontarsi con maggiore consapevolezza con altre realtà culturali e religiose presenti oggi nelle nostre città. Esso contribuisce a caratterizzare la scuola come occasione di formazione umana e civile, intessuta nelle dimensioni dello spirito e dell’esperienza religiosa. L’insegnamento della religione cattolica, come disciplina scolastica specifica, muovendo dai grandi interrogativi esistenziali e dal patrimonio storico della cultura italiana, promuove infatti la riflessione sul senso ultimo della vita e apre al confronto con le altre istanze religiose, facendo conoscere l’originalità della risposta religiosa cristiana, senza precludersi al confronto con altri sistemi di significato.
L’esperienza di tanti insegnanti di religione, ai quali va la nostra sincera riconoscenza, testimonia che questo obiettivo è perseguibile. Di ciò è prova anche l’alto livello di adesione da parte di famiglie e studenti provenienti da altri paesi e culture: il dialogo e l’amicizia nata sui banchi di scuola fanno ben sperare quanto al superamento di pregiudizi e incomprensioni che minerebbero le basi della convivenza sociale.
Nel 2009 l’insegnamento della religione cattolica è stato scelto dal 91% delle famiglie e degli alunni della scuola pubblica. Il dato sale al 91,7 %, se si tiene conto anche di quanti frequentano scuole di ispirazione cattolica. Si tratta di un risultato lusinghiero, che attesta la validità della proposta, confermando nel loro proposito quanti hanno deciso di avvalersi di tale insegnamento e provocando positivamente coloro che sono chiamati a sceglierlo per il prossimo anno scolastico.
Roma, 13 novembre 2009
La Chiesa che è in Italia, consapevole che la scuola è luogo imprescindibile di formazione della persona nella dimensione individuale e sociale, ne segue con attenzione e partecipazione gli sforzi, condividendo le ansie di quanti si adoperano attivamente nel compito educativo. Essa si fa “compagna di viaggio”, dei genitori, dei docenti e degli studenti, cooperando – nelle modalità che le sono proprie – all’educazione integrale delle giovani generazioni.
In particolare, con l’insegnamento della religione cattolica, propone all’interno dell’offerta formativa l’orizzonte di valori provenienti dal ricco patrimonio del cristianesimo, che segna profondamente la cultura occidentale, declinandosi in Italia soprattutto nella forma cattolica. I grandi valori universali della dignità della persona, della pace e della giustizia, le molteplici espressioni dell’arte, della musica e della letteratura, delle feste, degli usi e costumi costituiscono la trama organica della nostra civiltà e resterebbero incomprensibili, se disancorati dalla radice cristiana che li ha generati e dalla figura e dall’opera di Gesù Cristo, che ne è il fondamento. Il Santo Padre Benedetto XVI ci ha ricordato che “grazie all’insegnamento della religione cattolica, la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali, decifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto ed a raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro” (Discorso ai partecipanti all’incontro degli insegnanti di religione cattolica, Roma, 25 aprile 2009).
Sono queste le ragioni che ci inducono a invitare genitori e studenti a scegliere l’insegnamento della religione cattolica, preziosa opportunità culturale che consente anche di confrontarsi con maggiore consapevolezza con altre realtà culturali e religiose presenti oggi nelle nostre città. Esso contribuisce a caratterizzare la scuola come occasione di formazione umana e civile, intessuta nelle dimensioni dello spirito e dell’esperienza religiosa. L’insegnamento della religione cattolica, come disciplina scolastica specifica, muovendo dai grandi interrogativi esistenziali e dal patrimonio storico della cultura italiana, promuove infatti la riflessione sul senso ultimo della vita e apre al confronto con le altre istanze religiose, facendo conoscere l’originalità della risposta religiosa cristiana, senza precludersi al confronto con altri sistemi di significato.
L’esperienza di tanti insegnanti di religione, ai quali va la nostra sincera riconoscenza, testimonia che questo obiettivo è perseguibile. Di ciò è prova anche l’alto livello di adesione da parte di famiglie e studenti provenienti da altri paesi e culture: il dialogo e l’amicizia nata sui banchi di scuola fanno ben sperare quanto al superamento di pregiudizi e incomprensioni che minerebbero le basi della convivenza sociale.
Nel 2009 l’insegnamento della religione cattolica è stato scelto dal 91% delle famiglie e degli alunni della scuola pubblica. Il dato sale al 91,7 %, se si tiene conto anche di quanti frequentano scuole di ispirazione cattolica. Si tratta di un risultato lusinghiero, che attesta la validità della proposta, confermando nel loro proposito quanti hanno deciso di avvalersi di tale insegnamento e provocando positivamente coloro che sono chiamati a sceglierlo per il prossimo anno scolastico.
Roma, 13 novembre 2009
PRESIDENZA DELLA CEI
lunedì 23 novembre 2009
DIO OGGI - L'eclissi dell'infinito
"Se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente, manca la bussola per mostrare l'insieme di tutte le relazioni per trovare la strada, l'orientamento dove andare...."
Verso il convegno CEI (Roma, 10-12 dicembre)
Luigi Alici, docente di filosofia morale all'Università di Macerata
Luigi Alici, docente di filosofia morale all'Università di Macerata
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brano di Baglioni cantato da Mia Martini.
Gesù ci dissero un giorno che eri
morto, morto per sempre insieme a Dio,
tuo Padre che governa il cielo e il tempo.
Eri morto ci dissero i padri,
morto come muore ogni mito sulla terra..
Così fu il vuoto intorno a noi e dentro noi.
Fu come quando il vento impazzisce e tutto spazza via.
Soli restammo chiusi tra la noia e la paura.
Aggrappati a paradisi artificiali
trovati in una stanza di luce nera..
E così, così ti abbiamo perduto, ti abbiamo aspettato,
ti abbiamo cercato, ti abbiamo aspettato, ti abbiamo cercato,
e abbiamo trovato Te,
ritrovato Te nell’occhio delle stelle, nel sapore del mattino,
fra l’erba tenera dei prati e nel dolore di chi soffre, nel sorriso di chi ama, nella fame di chi ha fame,
nelle canzoni popolari e nella musica di Bach.
E nei sospiri di un amore e nei colori dell’arcobaleno.
E fu come riavere la vista dopomille anni,
fu come scoprire là nella boscaglia folta
il sentiero perduto, il sentiero perduto.
Fu come quando la pioggia in un giorno d’estate ritorna alla Terra,
fu come un giorno di pace,
primo giorno di pace è finita la guerra.
Come salire dal buio e trovare la luce.
Trovare la luce Gesù, caro fratello ritrovato
restami accanto per sempre e cantiamo insieme,
cantiamo insieme la gioia d’esser vivi.
E cantiamo le tue immense parole,
ama il prossimo tuo come
te stesso...
Chi non ha Dio per padrone ne avrà molti altri
(proverbio ebraico) La saggezza dei secoli ha sempre affermato che l’uomo non è stato mai senza religione, e ciò vale anche per l’occidente secolarizzato.
Un articolo interessante sul grande pensatore Augusto del Noce (1910-2010), a vent'anni dalla morte.
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In God We Trust: quando la religione è un’arma…vincente.

Nell'America pluralista il presidente parla alla nazione invocando un unico Dio: ma qual è la "vera religione americana"?
Ogni giorno nel pianeta circolano milioni di biglietti da un dollaro: per comprare il New York Times, un hot dog o pagare un taxi a Panama City. In God We Trust. Chi di voi ricorda questa frase stampata a caratteri cubitali su quella banconota? E chi di voi non ha mai sentito un Presidente degli Stati Uniti pronunciare la frase ‘God bless America’? La politica americana mette in piazza ogni giorno la religione, i suoi valori e i suoi simboli.
Ma sapreste dire di quale religione si parla? Obama è battista, George W. Bush è metodista, suo padre evangelico. Tutti protestanti? No, Kennedy era cattolico. Eppure, parlano tutti di Dio.
Nell’America pluralista, figlia di immigrati e ricca di immigrati, la massima carica dello Stato parla a tutta la Nazione invocando un unico Dio.
Robert Bellah definisce tutto questo religione civile: credenze, simboli e rituali condivisi dalla maggior parte degli americani a prescindere dalla fede di ciascun individuo, da Washington a Obama. E’ come se nella varietà delle religioni, la religione protestante, il cattolicesimo e l’ebraismo abbiano contribuito a creare un comune sentire, che insieme a valori più ‘terreni’ come la responsabilità personale, il senso civico e la coesione della comunità creano una dimensione religiosa trasversale ai gruppi etnici e alle singole denominazioni religiose.
Se qualcuno di voi chiedesse in questo momento agli americani se credono nella religione civile, la stragrande maggioranza di loro negherà la possibilità di aderire a più confessioni contemporaneamente, e soprattutto negherà la possibilità di fare della politica la propria religione.
Ma se leggeste i testi dei discorsi dei Presidenti, o vedeste le mani giunte del pubblico alla convention democratica in cui Barack Obama ha accettato la candidatura alla presidenza, potreste dimostrare il contrario. Gli americani si incontrano nella pubblica piazza e in famiglia, con frequenza periodica, per celebrare eventi della storia nazionale e le persone che hanno dato vita all’ “esperimento americano”, uno tra tutti il Giorno del Ringraziamento. Gli americani dichiarano di credere in un sistema di valori come la libertà e la democrazia, condannando chi non li condivide, come i vecchi regimi comunisti o l’Iraq di Saddam. Questo sistema è istituzionalizzato in un complesso coerente di norme e regole, la Costituzione e le sentenze della Corte Suprema.
Ebbene, quale differenza con una religione?
Questa è la tradizione americana: religione e politica come sfere attive nella sfera pubblica, parti dell’identità del cittadino, che sia esso indiano, afroamericano, ispanico, asiatico. Una società plurale e pluralista che tradizionalmente trova in un comune credo le basi dell’agire politico.
Tradizione e pluralismo. Tradizione è pluralismo.
Il confronto con l’Italia dei giorni nostri viene spontaneo. Il dibattito più recente si è aperto intorno al crocifisso affisso nelle aule delle scuole pubbliche: ci si chiede se il cattolicesimo, per storia e tradizione impiantato nella cultura italiana, possa essere un simbolo anche per tutti i ‘nuovi’ cittadini immigrati, per i credenti in altre religioni, e perché no, per i non credenti.
E’ possibile ammettere che in una società plurale, in cui convivono cerimonie e culti religiosi diversi, il simbolo del cattolicesimo possa essere ancora valido, coesivo, identificativo? E se così non fosse, come mantenere la tradizione pur concedendo la piena libertà di culto ai credenti in altre religioni?
Forse la soluzione è non aver paura. La soluzione è fare del pluralismo, e del pluralismo religioso, una carta viva e attiva. La soluzione è non fare del diverso un pericolo, dello straniero un nemico.
Fame: Roma discute, Chicago fa affari
Dal 16 al 18 novembre, i Paesi del mondo sono riuniti a Roma per l'ennesimo summit straordinario convocato dalla Fao sul tema della fame.
Mentre alla Fao si facevano grandi discorsi sulla sicurezza alimentare, mentre il Papa nel suo discorso denunciava lo scandalo della speculazione sui prezzi dei cereali, qualcun altro agiva. Ieri, 16 novembre 2009, il contratto future sul prezzo del grano con scadenza marzo 2010 alla Borsa di Chicago ha guadagnato il 2,90 per cento. Chi ha acquistato questo titolo il 1° ottobre 2009, cinquanta giorni dopo ha ottenuto un rendimento del 18 per cento. Continua

DIRITTI NEGATI
I DRAMMI DELLE «BRUCIATE»
L’UNICO MODO PER RIBELLARMI A MIO MARITO, CHE SI DROGAVA E MI PICCHIAVA »
Hanan è completamente immobilizzata dalle bende che proteggono quel che resta del suo corpo martoriato. Ma riesce a parlare, a farsi capire. Vuole spiegare i motivi del suo gesto. « « Mi picchiavano, mi umiliavano, continuamente. Non ho trovato altro modo per ribellarmi » . Accanto a lei, Hanifa, 20 anni: « Mi sono sposata a sette anni. Mio marito è un tossicodipendente: ha reso la nostra vita un inferno. Gli ho detto che se non avesse smesso, a me non sarebbe rimasta altra scelta che suicidarmi. Non ha smesso e mi sono data fuoco » .
«MI SONO SPOSATA A DIECI ANNI. LA FAMIGLIA HA INIZIATO A TRATTARMI COME UNA SCHIAVA» Distesa sul lettino, avvolta in un camice blu, il viso piccolo che spunta da una grossa cuffia protettiva, Reaza Gul, 11 anni, si tormenta la mano fasciata. È solo una bambina, ma ha già conosciuto il peggio. « Avevo dieci anni quando mi sono sposata – racconta –. E subito sono cominciate le botte. I parenti di mio marito hanno iniziato a trattarmi come una schiava: mi minacciavano e mi picchiavano praticamente tutti i giorni. Non c’era nessuno ad aiutarmi. Ero isolata e non sapevo cosa fare. Non mi è sembrato di aver altra scelta che darmi fuoco per uccidermi » . « L’ 80 PER CENTO DELLE AFGHANE SONO ANALFABETE: NON CONOSCONO LE LEGGI CHE LE TUTELANO » . « Qui abbiamo avuto nove casi di “ khod- soozi”, la pratica, purtroppo piuttosto diffusa in Afghanistan, per cui le donne si danno fuoco per ribellarsi a una situazione insostenibile » . Mohammad Aref Jalali è il medico che cura i casi di “ self- burning” nell’ospedale di Herat ( ovest del Paese). Si aggira tra i letti dove le pazienti giacciono immobilizzate, avvolte nelle bende. « Quest’anno – racconta – abbiamo potuto registrare una leggera flessione nei casi di “ selfburning” rispetto al 2008: qualche donna, dopo gli infiniti maltrattamenti, ha trovato il coraggio di divorziare. Ma l’ 80 per cento delle afghane sono analfabete e non sanno nemmeno dell’esistenza di leggi che consentono di porre fine alla tortura quotidiana cui sono sottoposte. Disperate, si danno fuoco. Quando diventano vittima di violenza domestica, non hanno alcuna rete di protezione intorno a loro. Non sanno cosa fare. E darsi fuoco sembra loro l’unica soluzione possibile » .Da Avvenire 21/11/09 | ||||
Io, musulmana, difendo il crocifisso
di Randa Ghazy
Una giovane scrittrice di origini egiziane interviene nel dibattito sulla contestata decisione di Strasburgo.... continua
di Randa Ghazy
Una giovane scrittrice di origini egiziane interviene nel dibattito sulla contestata decisione di Strasburgo.... continua
Il governo non privatizzi l'acqua
“È un bene comune, un diritto fondamentale dell’umanità: per rispetto alla democrazia l’acqua deve essere di tutti”
Non avrei mai immaginato che il paese di Francesco d’Assisi (Patrono d’Italia) che ha cantato nelle sue Laudi la bellezza di “sorella acqua” diventasse la prima nazione in Europa a privatizzare l’acqua. continua
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domenica 22 novembre 2009
LA COSTITUZIONE A SCUOLA
Quella tavola di valori mura della casa comune
GIUSEPPE DALLA TORRE Si dibatte in questi giorni, con diverse valutazioni, sull’introduzione nelle scuole italiane di un insegnamento sulla Costituzione e la cittadinanza. Qualcuno teme l’introduzione di una sorta di 'catechismo laico'; altri pensa che sia inutile un insegnamento del genere, in una scuola che è propriamente a servizio della formazione culturale delle più giovani generazioni. Al riguardo mi sembra che ci si dovrebbe innanzitutto porre il problema se la scuola sia chiamata solo a formare, quindi a fornire un’istruzione che porti competenze culturali ed anche – in certe scuole – professionali, o debba mirare pure all’educazione della persona. Personalmente ritengo che l’educazione non possa essere esclusa dai compiti della scuola; soprattutto l’educazione al vivere sociale, alle ragioni dello stare insieme, ai valori che ci accomunano nonostante le diversità che ci distinguono e ci potrebbero dividere, al perché incombono su tutti i consociati doveri – che la nostra Costituzione all’art. 2 definisce come «inderogabili» – di solidarietà. «L’Italia è fatta, facciamo gli italiani»: così, come noto, Massimo D’Azeglio in relazione al compimento del processo di unificazione nazionale; si tratta di un compito che è stato molto benemeritamente assolto dalla scuola. Ma ognun vede come si tratti di un compito mai conchiuso definitivamente; come ogni nuova generazione debba essere educata alla cittadinanza; ed ancor più come oggi, dinanzi all’imponente fenomeno immigratorio, questo compito appaia necessario ed urgente rispetto ai piccoli immigrati chiamati a divenire cittadini italiani. Ma educare a quali valori? Qui il problema diventa più complesso, perché siamo ormai una società pluralista da questo punto di vista. In passato le comunità politiche, in quanto aggregazioni sociali con fini politici i cui membri sono legati da vincoli comuni, hanno trovato il punto di aggregazione nella etnia, nella religione, nell’idea di nazione, in una condivisa ideologia. Ma in una società pluralista, dove i fattori comuni sono via via venuti meno, dove trovare il collante che tiene insieme le diversità? E d’altra parte il collante è necessario, pena la disgregazione sociale, il venir meno del senso di appartenenza e l’affievolirsi fino allo scomparire dei vincoli di solidarietà. È qui che entra in gioco la Costituzione che, prima di essere l’insieme delle regole fondamentali che organizzano e disciplinano la vita democratica, raccoglie la tavola di valori sulla quale gli italiani hanno convenuto di fondare la propria convivenza. Insomma: i valori costituzionali sono - per usare l’espressione di un pensatore che larga incidenza ha avuto sulla formazione della nostra Carta fondamentale, cioè Maritain – il «credo umano comune» che tiene insieme una società pluralista. Beninteso: la Costituzione si può cambiare. Ma fin tanto che non viene modificata, con l’apporto di tutti, rimane come le mura della casa comune, all’interno delle quali – ma non contro le quali – le diversità di posizioni sono legittime. Dunque, se la scuola è chiamata a educare alla cittadinanza, la scuola di uno Stato democratico e laico qual è il nostro non può che educare ai valori per definizione condivisi, quali sono, appunto, quelli contenuti nella Costituzione. Del resto: se la Costituzione non si insegna a scuola, dove la si imparerà a conoscere? Dovrà rimanere monopolio delle conoscenze dei soli giovani che, specie in Università, affronteranno studi giuridici? In uno Stato democratico non si può che educare ai valori condivisi Avvenire 17/11/2009 | |||
sabato 21 novembre 2009

A chi dà fastidio il Crocifisso?
Mons, Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia ha rilasciato la seguente intervista.
R. - A me pare che si parta da un presupposto che, a mio avviso, è di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente. Anche perché la laicità non è l’assenza di simboli religiosi, semmai la capacità di accoglierli e di sostenerli. Di fronte al vuoto etico, morale, che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi, pensare di venire in loro aiuto, come dire, facendo tabula rasa di tutto mi pare davvero miope, anche perché presuppone una concezione di una cultura che è libera solo nella misura in cui non ha nulla, o che ha solo ciò che resta sradicato da ogni storia, da ogni tradizione, da ogni patrimonio. Tanto più che le nostre piazze, le nostre strade sono stracolme di Crocefissi. Io non credo ci sia nessuno che pretenda di distruggere i simboli religiosi nelle piazze, nelle strade, nei crocicchi perché ledono la libertà di religione di qualcuno. Preferisco allora quella civiltà mediterranea che vedeva nelle città, e ancora oggi l’abbiamo, la presenza di simboli, di segni di altre religioni. Quando Paolo VI ebbe qualche difficoltà quando si trattò di costruire una moschea a Roma, disse: “E’ un grande segno di civiltà”.
D. - Mons. Paglia esposizione di un Crocefisso in una stanza, in una scuola pubblica può essere considerata un’imposizione?
R. - Io non vedrei questo. Credo che la grande battaglia che noi dobbiamo fare è che la Croce mostra, come dire, l’umiliazione da cui ancora oggi tanti giusti, tanti poveri vengono schiacciati: è un ricordo di cosa accade all’uomo quando la giustizia non viene rispettata e semmai qui emerge un valore di gratuità, quella gratuità di cui tutti abbiamo bisogno a qualsiasi fede apparteniamo. In questo senso, c’è una dimensione anche di peso culturale ed educativo che io credo sia davvero irresponsabile voler cancellare.
D. - Il fatto, eccellenza, che in precedenza c’erano stati altri ricorsi presso i tribunali italiani - rifiutati con l’idea che il Crocefisso non fosse solo un simbolo religioso, ma il simbolo di un’identità culturale - e il fatto che invece poi l’Europa abbia dato spazio a questa richiesta significa che, in futuro, nel più ampio contesto europeo verranno meno certe identità specifiche, che in Italia sono più radicate?
R. - Il Crocefisso è anche, ovviamente, un segno di un’identità. Ma, a mio avviso, è anche un segno di un’universalità di cui abbiamo bisogno: cioè, di un amore che non conosce confini, di un amore che è disposto a dare la propria vita anche per gli altri, persino per i propri nemici. Di questo abbiamo bisogno tutti, ecco perché io in qualche modo lo sosterrei. Mi sta stretta, troppo stretta la polemica condotta in questo modo, perché alla fine il problema è tutto ideologico e nient’affatto storico, concreto e culturale. Ed ecco perché, guardando in maniera ravvicinata, in Italia la cosa è stata abbondantemente superata senza che creasse problemi particolari.
Un grave "no" culturale
di Alberto Campoleoni
....Lasciamo ai giuristi il commento puntuale della sentenza della Corte europea, contro la quale, peraltro, il governo italiano ha già dichiarato di voler ricorrere. Va considerato, però, che l’orientamento espresso da Strasburgo, in realtà, non stupisce più di tanto. Esiste da tempo, in Europa, un orientamento culturale contrario alla religione e al cristianesimo in particolare. Un orientamento laicista diffuso, anche e forse soprattutto all’interno delle Istituzioni europee che individua nelle appartenenze religiose e nella manifestazione dei simboli religiosi un “pericolo” per la società. Ci si fa scudo dei temi della libertà di coscienza e della laicità, appunto, per promuovere, invece, una reale discriminazione.
Non è un caso che, nel 2007, chiudendo la ricerca europea sull’insegnamento della religione nel Continente, promossa dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, con il sostegno della Conferenza episcopale italiana, i delegati delle diverse Chiese europee segnalavano tra l’altro, nel documento finale, la presenza in Europa di un “clima culturale” sfavorevole, preoccupato di relegare la religione nel solo ambito del privato. Questo clima, crediamo, deve preoccupare più dei crocifissi esposti nelle scuole, luoghi peraltro dove dialogo e confronto, cioè i “meccanismi” principali dell’istituzione, sarebbero in grado di neutralizzare anche
eventuali improprie imposizioni alle coscienze.
Fonte SIR
di Alberto Campoleoni
....Lasciamo ai giuristi il commento puntuale della sentenza della Corte europea, contro la quale, peraltro, il governo italiano ha già dichiarato di voler ricorrere. Va considerato, però, che l’orientamento espresso da Strasburgo, in realtà, non stupisce più di tanto. Esiste da tempo, in Europa, un orientamento culturale contrario alla religione e al cristianesimo in particolare. Un orientamento laicista diffuso, anche e forse soprattutto all’interno delle Istituzioni europee che individua nelle appartenenze religiose e nella manifestazione dei simboli religiosi un “pericolo” per la società. Ci si fa scudo dei temi della libertà di coscienza e della laicità, appunto, per promuovere, invece, una reale discriminazione.
Non è un caso che, nel 2007, chiudendo la ricerca europea sull’insegnamento della religione nel Continente, promossa dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, con il sostegno della Conferenza episcopale italiana, i delegati delle diverse Chiese europee segnalavano tra l’altro, nel documento finale, la presenza in Europa di un “clima culturale” sfavorevole, preoccupato di relegare la religione nel solo ambito del privato. Questo clima, crediamo, deve preoccupare più dei crocifissi esposti nelle scuole, luoghi peraltro dove dialogo e confronto, cioè i “meccanismi” principali dell’istituzione, sarebbero in grado di neutralizzare anche
Fonte SIR

A proposito del Crocifisso a scuola ....
"Grande amarezza ma non è scandalo"
di Vittorio MESSORI
video
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venerdì 20 novembre 2009
MARIO POMILIO
« Paradossalmente fare teologia è l’unico modo, per il cristiano in quanto tale, di fare cultura, d’offrire un contributo autonomo e originale al discorso culturale del proprio tempo » . E aggiungeva: « Ecco come oltre tutto ' fare teologia', coniugare col Vangelo le culture umane o, come vuole la Evangelii nutiandi, raggiungerle e quasi sconvolgerle dal di dentro mediante la forza del Vangelo modificandone i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti d’interesse, può rispondere, specie oggi, alle stesse fondamentali esigenze della convivenza civile» (Scritti cristiani).
lunedì 16 novembre 2009
Dio amico degli uomini

Benedetto XVI ha scritto che “nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più”
Forse più che dell’eclissi di Dio si potrebbe parlare di diverse metamorfosi di Dio: da un Dio personale a un Dio impersonale; da un Dio trascendente a un Dio immanente; da un Dio maschile a un Dio femminile. A prescindere, comunque, da queste metamorfosi e dalle difficoltà esistenziali avanzate dall’esperienza del male e dalle difficoltà razionali teorizzate dagli atei professi, Dio non è circoscrivibile dai nostri concetti, dalle nostre rappresentazioni. Se lo comprendessimo, ha scritto S. Agostino, non sarebbe più Dio. Racconta una leggenda medioevale che S. Agostino un giorno passeggiava lungo la spiaggia del mare riflettendo sulla natura di Dio e del mondo. Mentre era assorto nei suoi pensieri vide un bambino che scavava una buca nella sabbia e cercava di riempirla con l’acqua che attingeva dal mare con un secchiello. Al ritorno della sua passeggiata, si accorse che il bambino continuava a versare acqua nella buca. Si fermò, meravigliato, e domandò al bambino: “Ma che cosa fai?” Questi rispose: “Io voglio versare il mare nella mia buca”. “Ma ciò non è possibile - replicò S. Agostino -non vedi che il mare non può entrare nella tua buca?” “Esattamente come Dio non può entrare nella tua piccola mente”, disse il bambino. E, detto questo, sparì.
Dio, dunque, è più grande del cuore dell’uomo (1Gv 3, 20). Ma egli, allo stesso tempo, è amico degli uomini, non è il dio dell’olimpo, lontano dalle gioie e dalle sofferenze degli uomini. È il Dio che ascolta il grido di aiuto del popolo eletto e, quindi, di ogni uomo. È il Dio che in Gesù si è rivelato come padre. È il Dio che si rende presente nei segni sacramentali.
Mons. Ignazio Sanna Arcivescovo di Oristano
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venerdì 13 novembre 2009

Omosessuali non si nasce
Non esistono fattori genetici e/o ormonali che impongano ad una persona di agire necessariamente in modo omosessuale.1) Provare degli impulsi non significa essere costretti ad assecondarli: sia un eterosessuale che un omosessuale sono liberi di non avere relazioni sessuali con un uomo o una donna verso cui sentono attrazione.
2) Quanto agli impulsi, come scrive, per es. J. Nicolosi (Omosessualità maschile, p. 71, cfr. bibliografia), che utilizza numerose ricerche di altri studiosi: «È scientificamente provato che i fattori genetici e ormonali non svolgono un ruolo determinante nello sviluppo dell’omosessualità”. Se ci fosse un gene dell’omosessualità i gemelli omozigoti dovrebbero comportarsi in modo identico, mentre invece ci sono casi di gemelli, uno dei quali è omosessuale, l’altro eterosessuale.
3) Inoltre, se i geni e gli ormoni determinassero in modo invincibile le nostre pulsioni, non sarebbe possibile cambiare le proprie pulsioni omosessuali in pulsioni eterosessuali, come invece dimostra la pratica psicoterapeutica, con numerosissimi esempi (ne parla R. Marchesini in questo dossier).
Non è vero che l’identità maschile/femminile è indotta dalla società
L’odierna teoria del «gender» (genere), (che ha un sua radice prossima in Rousseau ed una remota nello gnosticismo antico) afferma che la nostra identità psicologica maschile o femminile non è legata al sesso con cui nasciamo biologicamente, bensì è indotta dall’educazione e dalla cultura in cui ci troviamo a vivere, perciò ognuno di noi dovrebbe essere lasciato libero di scegliere se vivere e agire come uomo, anche se i suoi organi genitali sono femminili, e come donna, anche se i suoi organi genitali sono maschili.
Se questa visione fosse vera, basterebbe educare in modo assolutamente identico i bambini e le bambine per ottenere che essi scelgano a loro piacimento attività e ruoli maschili o femminili, a seconda dei gusti. Invece un simile modello educativo è stato applicato ed ha dimostrato il contrario. All’inizio del ‘900 fu attuato in alcuni kibbutz israeliani un esperimento, inteso ad educare in modo perfettamente identico ragazzi e ragazze e gli stessi sperimentatori hanno dovuto riconoscere il fallimento del loro tentativo. Infatti, a dispetto dei loro sforzi, i ragazzi sceglievano di occuparsi di macchine, compiti dirigenziali e altre tipiche attività maschile, mentre le ragazze mostravano un’inclinazione verso l’abbigliamento, la cosmesi, i lavori di assistenza, insomma verso le attività e le mansioni femminili (cfr. Manfred Spiro, Gender and culture: kibbutz women revisited, Schocken Books, New York 1980, pp. 92 ss).
E anche «bambini cresciuti […] come bambine da un’onnipotente madre femminilizzante […], amano in cuor loro le cose da ragazzi, anche se il loro comportamento non è proprio da ragazzi». Così come «una ragazza cresciuta con atteggiamenti sprezzanti nei confronti delle cose da donne e del ruolo femminile […] tuttavia può essere impressionata da altre ragazze e donne che irradiano femminilità» (J. Van den Aardweg, Omosessualità e speranza, cfr. bibliografia, p. 82).
Un altro esempio lo riporta R. Marchesini (cfr. www.ildomenicale.it/articolo.asp?id_articolo=330), che racconta la tragica vicenda di David Reimer, un bambino gemello omozigote, a cui fu chirurgicamente cambiato il sesso, perché il chirurgo voleva dimostrare che l’identità di genere è determinata dall’educazione ricevuta. I genitori vestivano ed educavano questo bambino come una bambina, gli attribuirono un nome femminile, in modo che credesse di essere una bambina e si comportasse in tal senso. Eppure David si muoveva e si comportava come un maschietto. Lo sperimentatore tentò in vari modi, anche con violenze psicologiche, di farlo comportare come una bambina, ma inutilmente. In seguito a David fu rivelata la terribile verità e, dopo alcuni anni, nel 2004, si è suicidato.
Fonte: /www.ircbrescia.it
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