sabato 16 maggio 2009


Giorgio Fontana
Che l'ignoranza del popolo sia una delle condizioni migliori per il prosperare dei potenti è storia vecchia quanto l'umanità. La cattiva informazione — o meglio, l'informazione superficiale e volutamente distorta — è un momento chiave del controllo sulle masse.
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Fin qui la storia è nota. Ma oggi il problema del controllo acquista una venatura inquietante secondo due nuove coordinate a prima vista molto distanti fra loro: analfabetismo di ritorno e web.
La rete permette l'affrancamento da una fruizione passiva di elementi "dati" (e consente lo scambio attivo, o addirittura l'inserimento di notizie in prima persona). In questo senso, può essere — ed è stato pensato come — un effettivo passo avanti a livello informativo rispetto a televisione e radio. Ma la rete necessita di ciò che la società televisiva non si aspettava, e cioè un'alfabetizzazione molto solida e la capacità di comprendere/produrre un testo. La televisione ha prodotto la cultura delle immagini e dell'ascolto: Internet, con un colpo di mano incredibile, ha trasformato il mondo in qualcosa di scritto.
Ora: alcuni studi del linguista Luca Nobile (rintracciabili su http://linguaditerra.wordpress.com/), dimostrano che l'alphabetical divide è uno dei mali più sommersi, e insieme più inquietanti, dell'Italia contemporanea. Secondo i dati dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), il 65% della popolazione italiana non possiede le competenze alfabetiche per interagire nella società dell'informazione. E parliamo di competenze abbastanza basiche, come capire da cima a fondo un articolo di giornale. In termini tecnici, si tratta di "analfabetismo funzionale", e vorrei ripetere la fetta interessata: il 65%. Due terzi del Paese.
Nei suoi articoli, Nobile mostra in modo convincente che il gap alfabetico coinvolge e spiega il gap digitale, "perché un computer è fatto per metà di una tastiera alfabetica, e perché Internet è un luogo a cui si accede digitando parole scritte". Come dicevo sopra, la retorica del bombardamento delle immagini è in parte superata: per molti versi, siamo soggetti a una intrusione sempre maggiore della scrittura nella nostra vita.
Ma stante la situazione registrata dall'OCSE, quello che potrebbe essere uno strumento di affrancamento si trasforma in un ulteriore elemento passivo. Il web non fornisce solo la possibilità di accedere a un numero impressionante di dati, ma consente anche — per gran parte — di commentarli e far nascere reti di discussione. Minando tale contributo con un'alfabetizzazione superficiale, le possibilità democratiche della rete crollano del tutto. Una straordinaria miniera di dati e funzioni che attende solo di essere utilizzata: e che invece, banalmente, non è utilizzata affatto.
Non voglio dire che Internet sia la salvezza e la verità, intendiamoci. Tuttavia consente di verificare delle notizie tramite fonti che venti anni fa sarebbero state di difficile reperibilità. Di reperire, ad esempio, i testi delle leggi emanate e valutare se un'interpretazione fornita da un giornalista è corretta o meno. Prima, questo era abbastanza complicato. Ora è fattibile nello spazio di due o tre click. Il problema è esattamente questo: la capacità di farlo, di compiere questi click.
Allora cosa rimane del web, per la maggioranza "disfunzionale"? Molto spesso, l'appiattimento alla cultura delle immagini: una sorta di tentato ritorno alla vecchia maniera. Youtube ne è l'esempio per eccellenza. Ma persino l'onnipresente Facebook viene in gran parte usato solo per caricare delle foto. Il che da un certo punto di vista è naturale, perché il culto iconico è immediato, di facile fruizione, e non crea automaticamente una posizione morale. Che è precisamente quanto un regime populista desidera.
La cosa più inquietante è che a questo livello il discorso non riguarda la libertà di espressione, ma uno stadio molto basso di possibilità cognitiva. Gran parte del Paese è impossibilitata a farsi un'idea completa di un frammento di testo scritto. Gran parte del Paese è incapace di verificare una notizia risalendo alle fonti tramite un motore di ricerca.
Siamo abituati a indignarci per la carenza di alfabetizzazione dei paesi meno sviluppati, ma la verità è che il problema dell'analfabetismo cresce e si evolve di pari passo allo sviluppo delle società. Si fa più nascosto e insidioso.
E qui il cerchio si chiude. L'istruzione gratuita e libera è una delle conquiste più straordinarie dell'epoca contemporanea. Tendiamo a sottovalutarla perché ci sembra un fattore scontato, ma non lo è affatto. Soprattutto, è grazie a essa che siamo in grado di rapportarci a una realtà sempre più complicata e in continua evoluzione. Dove non arriva la specializzazione tecnica, può arrivare almeno la comprensione: ma entrambe si fondano su un livello di alfabetizzazione non scontato.
A questo punto, anche la pessima gestione ministeriale dell'istruzione italiana appare come un tassello di un puzzle molto più grande. Senz'altro questo dipende da una cattiva distribuzione della ricchezza, che provoca tagli a un settore già di per sé piuttosto martoriato. Ma perché nessuno si prende davvero a cuore il problema? Perché, a voler pensare male, il totale disinteresse verso l'istruzione media potrebbe essere frutto di cattiva fede. Dopotutto, un popolo che non è in grado nemmeno di interagire con la società dell'informazione, è un popolo eccellente per essere preso in giro.
fonte:http://www.ilprimoamore.com/

mercoledì 13 maggio 2009

Lettera ai cercatori di Dio

Questa “Lettera ai cercatori di Dio” è stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa. Il Consiglio Episcopale Permanente ne ha approvato la pubblicazione nella sessione del 22-25 settembre 2008.

Frutto di un lavoro collegiale che ha coinvolto vescovi, teologi, pastoralisti, catecheti ed esperti nella comunicazione, la Lettera si rivolge ai “cercatori di Dio”, a tutti coloro, cioè, che sono alla ricerca del volto del Dio vivente. Lo sono i credenti, che crescono nella conoscenza della fede proprio a partire da domande sempre nuove, e quanti - pur non credendo - avvertono la profondità degli interrogativi su Dio e sulle cose ultime. La Lettera vorrebbe suscitare attenzione e interesse anche in chi non si sente in ricerca, nel pieno rispetto della coscienza di ciascuno, con amicizia e simpatia verso tutti.

Il testo parte da alcune domande che ci sembrano diffuse nel vissuto di molti, per poi proporre l’annuncio cristiano e rispondere alla richiesta: dove e come incontrare il Dio di Gesù Cristo? Ovviamente, la Lettera non intende dire tutto: essa vuole piuttosto suggerire, evocare, attrarre a un successivo approfondimento, per il quale si rimanda a strumenti più adatti e completi, fra cui spiccano il Catechismo della Chiesa Cattolica e i Catechismi della Conferenza Episcopale Italiana.

La Commissione Episcopale si augura che la Lettera possa raggiungere tanti e suscitare reazioni, risposte, nuove domande, che aiutino ciascuno a interrogarsi sul Dio di Gesù Cristo e a lasciarsi interrogare da Lui. Affida perciò al Signore queste pagine e chi le leggerà, perché sia Lui a farne strumento della Sua grazia.

Bruno Forte

Arcivescovo di Chieti-Vasto

Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi


Roma, 12 aprile 2009, Pasqua di Risurrezione

martedì 12 maggio 2009


NON PASSA LO STRANIERO!

Un conto è arginare gli ingressi e la presenza illegale degli stranieri sul territorio nazionale e un altro è alzare un muro generalizzato contro tutti.
Un conto è definire una politica dell'immigrazione e un altro conto è respingere in modo così indiscriminato da ledere di fatto il principio del diritto di asilo del nostro paese, costituzionalmente garantito.
E' una brutta faccenda questa dei respingimenti in mare promossa dall'Italia in collaborazione con la Libia.
E' una brutta faccenda perchè il nostro paese ha di fatto scelto di non occuparsi minimamente delle condizioni con le quali i migranti respinti vengono "accolti" in Libia.

E' davvero una brutta storia!
Fonte: http://www.korazym.org

La religione non è causa di divisione!

E' quanto ha detto Benedetto XVI nell'incontro nella moschea al-Hussein bin-Tallal di Amman, rivolgendosi ai leader islamici presenti, “non possiamo non essere preoccupati per il fatto che oggi, con insistenza crescente, alcuni ritengono che la religione fallisca nella sua pretesa di essere per sua natura, costruttrice di unità e di armonia, un’espressione comune fra persone e con Dio”. Il papa chiede di fare fronte comune contro una forma di laicismo che vuole le religioni ai margini della vita pubblica. “Di fatto – spiega - alcuni asseriscono che la religione è necessariamente una causa di divisione nel nostro mondo; e per tale ragione affermano che quanto minor attenzione vien data alla religione nella sfera pubblica, tanto meglio è. Certamente, - constata il papa - il contrasto di tensioni e divisioni fra seguaci di differenti tradizioni religiose, purtroppo, non può essere negato. Tuttavia, non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società? A fronte di tale situazione, in cui gli oppositori della religione cercano non semplicemente di tacitarne la voce ma di sostituirla con la loro, il bisogno che i credenti siano fedeli ai loro principi e alle loro credenze è sentito in modo quanto mai acuto.”

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L’incoraggiamento del papa è quello di continuare a lavorare insieme, per “sondare ancor più profondamente l’essenziale rapporto fra Dio e il suo mondo, così che insieme possiamo darci da fare perché la società si accordi armoniosamente con l’ordine divino.”

Secondo il papa, cristiani e musulmani devono continuare a fornire “il loro contributo all’insegnamento e alla ricerca scientifica, come pure al servizio alla società.” Perché “tale compito costituisce la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana.”

Il papa ricorda che “i Cristiani in effetti descrivono Dio, fra gli altri modi, come Ragione creatrice, che ordina e guida il mondo. E Dio – continua - ci dota della capacità a partecipare a questa Ragione e così ad agire in accordo con ciò che è bene. I Musulmani adorano Dio, Creatore del Cielo e della Terra, che ha parlato all’umanità. E quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana è in se stessa dono di Dio, e si eleva al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità di Dio.”

Questo non è un limite. “In realtà, - spiega Benedetto XVI - In tal modo, la ragione umana viene rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di servire l’umanità, dando espressione alle nostre comuni aspirazioni più intime, ampliando, piuttosto che manipolarlo o restringerlo, il pubblico dibattito. quando la ragione umana umilmente consente ad essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita; anzi, è rafforzata nel resistere alla presunzione di andare oltre ai propri limiti.Pertanto l’adesione genuina alla religione lungi dal restringere le nostre menti amplia gli orizzonti della comprensione umana. Ciò protegge la società civile dagli eccessi di un ego ingovernabile, che tende ad assolutizzare il finito e ad eclissare l’infinito; fa sì che la libertà sia esercitata in sinergia con la verità, ed arricchisce la cultura con la conoscenza di ciò che riguarda tutto ciò che è vero, buono e bello.”

fonte: http://www.korazym.org

sabato 9 maggio 2009


"Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno. Quei disperati ci chiedevano aiuto"
Parlano i militari delle motovedette italiane - quella della Guardia di Finanza, la "Gf 106" e quella della Capitaneria di porto, la "Cpp 282" - appena rientrati dalla missione rimpatrio. Sono stati loro a riportare in Libia oltre 200 extracomunitari, tra i quali 40 donne (3 incinte) e 3 bambini, dopo averli soccorsi mercoledì scorso nel Canale di Sicilia. "È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati", dice uno degli esecutori del "respingimento". "Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia - aggiunge - ci urlavano: "Fratelli aiutateci". Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l'abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno".

"La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso....."



Benedetto XVI in occasione della benedizione della prima pietra dell'Università del Patriarcato latino a Madaba, nella sua visita in Giordania:

"...In realtà, la fede in Dio non sopprime la ricerca della verità; al contrario l'incoraggia. San Paolo esortava i primi cristiani ad aprire le proprie menti a tutto "quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode" (Fil 4,8). Ovviamente la religione, come la scienza e la tecnologia, come la filosofia ed ogni espressione della nostra ricerca della verità, possono corrompersi. La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso..... La fede matura in Dio serve grandemente per guidare l'acquisizione e la giusta applicazione della conoscenza. La scienza e la tecnologia offrono benefici straordinari alla società ed hanno migliorato grandemente la qualità della vita di molti esseri umani. Senza dubbio questa è una delle speranze di quanti promuovono questa Università, il cui motto è Sapientia et Scientia. Allo stesso tempo, la scienza ha i suoi limiti. Non può dar risposta a tutte le questioni riguardanti l'uomo e la sua esistenza. In realtà, la persona umana, il suo posto e il suo scopo nell'universo non può essere contenuto all'interno dei confini della scienza. "La natura intellettuale della persona umana si completa e deve completarsi per mezzo della sapienza, che attira dolcemente la mente dell'uomo a cercare ed amare le cose vere e buone" (cfr Gaudium et spes, 15). L'uso della conoscenza scientifica abbisogna della luce orientatrice della sapienza etica. Tale sapienza ha ispirato il giuramento di Ippocrate, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, la Convenzione di Ginevra ed altri lodevoli codici internazionali di comportamento. Pertanto, la sapienza religiosa ed etica, rispondendo alle questioni sul senso e sul valore, giocano un ruolo centrale nella formazione professionale. Conseguentemente, quelle università dove la ricerca della verità va di pari passo con la ricerca di quanto è buono e nobile offrono un servizio indispensabile alla società".

venerdì 8 maggio 2009

Esame di stato nella secondaria 2° grado: il voto di condotta fa media

Prot. AOODGOS/R.U./UN. 4777 Circolare n. 46 , 7 maggio 2009

Dipartimento per l’Istruzione - Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica
OGGETTO: Valutazione del comportamento ai fini dell’esame finale di Stato nella scuola secondaria di secondo grado (anno scolastico 2008/2009)
La fase degli scrutini conclusivi è uno dei momenti qualificanti dell’anno scolastico, poiché costituisce la naturale verifica collegiale degli esiti del processo di insegnamento-apprendimento.
In quanto tale la valutazione degli alunni non può non considerare con la dovuta attenzione i risultati effettivi, in termini di conoscenze e competenze, raggiunti dagli alunni. Al tempo stesso, la valutazione non può risolversi nel semplice calcolo matematico dei voti da essi conseguiti nelle singole discipline, poiché essa investe, come ben sanno dirigenti e docenti, anche una serie di variabili (da quelle personali, temporali e ambientali) che contribuiscono a definire il profilo del singolo alunno e il livello della sua preparazione.
In proposito, anche in relazione ai numerosi quesiti pervenuti dalle scuole e al fine di evitare interpretazioni non uniformi, si ribadisce che il voto di comportamento concorre alla valutazione complessiva dello studente (art. 2, comma 3, legge 30 ottobre 2008, n. 169).
Con riferimento all’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione, si conferma, pertanto, che il voto di comportamento, per l’anno scolastico corrente (art. 2, comma 1 dell’O.M. 8 aprile 2009, n.40), concorre alla determinazione della media dei voti ai fini sia dell’ammissione all’esame stesso sia della definizione del credito scolastico.
Rimane, ovviamente, l’esclusione dall’esame finale di Stato degli studenti con un voto di comportamento inferiore a 6 decimi.
IL DIRETTORE GENERALE
f.to Mario Giacomo Dutto

L'INFERNO DEI POVERI!

"Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar".....

"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro"...

"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare"....

Fonte:http://www.repubblica.it - venerdi 08.05.2009

Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati: “inaccettabile” il rimpatrio degli immigrati libici. Venerdì, 8 maggio 2009 (ZENIT.org)

“Senza possibilità di presentare una richiesta d'asilo, questi migranti rischiano ora maltrattamenti o di essere rispediti tra le braccia dei loro persecutori”, si legge in una nota diramata giovedì dall'organizzazione.

Il 6 maggio, tre barconi che portavano 227 migranti – tra cui 40 donne – sono stati salvati da un mercantile e portati dalle vedette della Guardia Costiera italiana in acque maltesi, a 35 miglia da Lampedusa.

La mattina del 7 maggio sono stati quindi riportati in Libia a bordo di tre motovedette italiane.

“Salutata come una svolta storica nella lotta contro le migrazioni clandestine – continua la nota – , questa decisione ignora totalmente il fatto che molte persone che affrontano la traversata hanno davvero bisogno di protezione internazionale”.

Secondo il JRS, “a questi migranti dovrebbe essere data la possibilità di richiedere asilo e di veder rispettata la loro necessità di protezione internazionale”.

Del 75% dei migranti che ha percorso lo stesso tragitto nel Mediterraneo verso l'Italia nel 2008 e ha presentato richiesta di asilo, il 50% ha ricevuto qualche tipo di protezione internazionale, a dimostrazione che “un significativo numero di migranti che attraversa il mare ha bisogno di protezione”.

Poiché la politica dell'Unione Europea sta inasprendo le vie per le migrazioni legali, i migranti si trovano costretti sempre più a utilizzare “vie irregolari ed estremamente pericolose per arrivare in Europa”.

La Libia non offre ai migranti alcun tipo di protezione perché non ha mai sottoscritto la Convenzione ONU di Ginevra del 1951 e non ha alcun sistema efficace di asilo.

“I migranti e i rifugiati a Malta – continua il JRS – descrivono ripetutamente di essere stati detenuti per mesi in Libia, in condizioni terribili, e gravemente maltrattati per aver infranto le norme sull'immigrazione”.

Le loro testimonianze, ricorda il JRS, sono confermate da numerosi rapporti dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e di Amnesty International.

L'agenzia dei gesuiti denuncia poi che “le azioni dell'Italia infrangono la Convenzione Europea per i Diritti Umani, il diritto di asilo” “e le Direttive per la Procedura di Asilo”.

“Tutti gli Stati europei sono vincolati da queste leggi sui diritti umani”, dichiara.

In questa situazione, il JRS esorta gli Stati membri dell'Unione Europa ad assicurare che “a tutti i richiedenti asilo che si trovino nella loro effettiva giurisdizione sia permesso di accedere a un territorio in cui possano richiedere asilo, così che tutti coloro che hanno bisogno di protezione possano essere identificati e veder garantita la propria difesa”.

Allo stesso modo, chiede che “nessuno sia rispedito in un Paese in cui potrebbe subire gravi violazioni dei diritti umani”.

fonte: http://www.zenit.org/

giovedì 7 maggio 2009


Martini: così vedo inferno e paradiso

Il Dio che ha fatto suoi il tempo e la morte, ha dato a noi la sua vita, nel tempo e per l’eternità. La Pasqua del Signore rivela la solidarietà del Dio vivente alla no­stra condizione di abitatori del tempo, e insieme ci dà la garanzia di essere chiamati a divenire gli a­bitatori dell’eternità. Nella risur­rezione di Cristo ci è promessa la vita, così come nella sua morte ci era assicurata la vicinanza fedele di Dio al dolore e alla morte. La Pasqua è l’evento divino nel qua­le ci è rivelata e promessa la de­stinazione del tempo al suo felice compimento nella comunione in Dio. Lo spazio temporale che sta tra l’a­scensione e il ritorno di Cristo nel­la gloria appare così come un e­stendersi del mistero pasquale al­l’intera vicenda umana: nella sof­ferenza e nella morte, che ancora caratterizzano la nostra storia, si fa presente la sofferenza della cro­ce, perché la vita del Risorto sia pregustata da chi con Cristo per­corre il suo esodo pasquale. L’in­tera vita del cristiano è un pelle­grinaggio di morte e risurrezione continua, vissute con Cristo e in Cristo nello Spirito, portando an­zi Cristo in noi, « speranza della gloria».

Vigilare è accettare il continuo morire e risorgere quale legge del­la vita cristiana; le condizioni del­la vigilanza evangelica non sono dunque la stasi o la nostalgia, ben­sì la perenne novità di vita e l’al­leanza celebrata sempre nuova­mente col Signore Gesù che è ve­nuto e che viene. Nella luce dell’evento pa­squale si coglie allora il pieno significato cristiano della morte fisica, ultima vicenda visibile della no­stra esistenza. La morte è evento pasquale, segnato contemporaneamente dall’abbandono e dalla co­munione col Crocifisso ri­sorto. Come Gesù abban­donato sulla croce, ogni morente sperimenta la solitudine dell’istante supremo e la lacera­zione dolorosa; si muore soli! Tut­tavia, come Gesù, chi muore in Dio si sa accolto dalle braccia del Padre che, nello Spirito, colma l’a­bisso della distanza e fa nascere l’eterna comunione della vita. Per­ciò, per la grande tradizione cri­stiana la morte è dies natalis, gior­no della nascita in Dio, dell’usci­re dal grembo oscuro della Trinità creatrice e redentrice per con­templare svelatamente il volto di Dio, in unione col Figlio, nel vin­colo dello Spirito Santo.

Tutto ciò che segue alla mor­te viene letto dalla fede nel­la luce dell’evento pasquale di Gesù. Il giudizio è l’incontro con lui che raggiunge la persona col suo sguardo penetrante e creato­re e la porta alla piena conoscen­za della verità su se stessa davan­ti all’eterna verità di Dio. La sua vigilante anticipazione avviene nel confronto della coscienza con la Parola, nella celebrazione del sacramento, in particolare della ri­conciliazione, nell’incontro con il fratello bisognoso di aiuto. L’inferno è la condizione insop­portabilmente dolorosa della se­parazione da Cristo, dell’esclusio­ne eterna dal dialogo dell’amore divino; possibilità tragica e però necessaria se si vuol prendere sul serio la libertà che Dio ha dato al­l’uomo di accettarlo o di rifiutar­lo. L’inferno, in quanto possibilità radicale, evidenzia la dignità su­prema della vita umana, il valore sommo della vigilanza e la tragi­cità del male; proprio per questo e in tutto questo evidenzia l’amo­re del Dio che, creandoci senza di noi, non ci salverà senza di noi. E­gli, infatti, che ci ha amati quan­do ancora eravamo peccatori, ri­marrà separato da noi solo se noi ci ostineremo nell’essere separati da lui. Il purgatorio è lo spazio della vigi­lanza esteso misericordiosamen­te e misteriosamente al tempo do­po la morte; è un partecipare alla passione di Cristo per l’ultima pu­rificazione che consentirà di en­trare con lui nella gloria.

La fede nel Dio che ha fatto sua la nostra storia è il vero fondamento del cre­dere a una storia ancora possibile al di là della morte, per chi non è cresciuto quanto avrebbe potuto e dovuto nella conoscenza di Ge­sù. L’anticipazione di tale spazio è il tempo dedicato alla cura della finezza dello spirito che si nutre di sobrietà, distacco, onestà intel­lettuale, frequenti esami di co­scienza, trasparenza del cuore, u­nificazione della vita sotto la regia della sapienza evangelica: come pure dell’ascesi e della purifica­zione necessarie per fortificarci nella tentazione, scioglierci dall’i­nerzia delle nostre colpe e libe­rarci dall’opacità delle nostre abi­tudini cattive. Il paradiso è l’essere eternamente col Signore, nella beatitudine del­l’amore senza fine: «Oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). La pa­rola del Crocifisso al ladrone pen­tito è la rivelazione di ciò che il pa­radiso è: un « essere con Cristo » , un vivere eternamente in lui il dia­logo dell’amore col Padre nello Spirito Santo. Questa relazione con il Signore, di una ricchezza per noi inimmaginabile, è il principio essenziale, il fondamento stesso di ogni beatitudine dell’esistere.

La vigilanza si esercita nell’antici­pazione della gioia dell’incontro con il Signore e nella letizia della comunione fraterna vissuta con tutti coloro che ne condividono il desiderio. La figura di tale anticipazione è così profonda e delicata da farci comprendere l’importanza della vita contemplativa, pur se la so­stanza dell’anticipazione appar­tiene a ogni vita di fede, sollecita­ta a diventare esperienza vissuta nella confidenza con il Signore e nella fiducia della sua tenera cu­ra. La spiritualità del Cantico dei cantici - lo insegna una tradizio­ne spirituale costante e sempre rinnovata del cristianesimo - è dunque una dimensione vitale della nostra relazione quotidiana con Dio; è il tempo dell’innamo­ramento, destinato a consumarsi nell’esuberanza dell’amore, da coltivare, custodire, impreziosire nell’intimità di un dialogo che rag­giunge le fibre più sensibili del no­stro essere.

Infine, nella luce della risurre­zione di Gesù possiamo intui­re qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. In essa l’essere con Cristo si estenderà ad abbracciare la pienezza della per­sona e la globalità dell’esperienza umana anche nella sua dimensio­ne corporea, così come la risurre­zione del Crocifisso nella carne ha portato nella vita eterna la carne del nostro tempo mortale, fatta propria dal Figlio di Dio. L’antici­pazione vigilante della risurrezio­ne finale è in ogni bellezza, in o­gni letizia, in ogni profondità del­la gioia che raggiunge anche il cor­po e le cose, condotte alla loro de­stinazione propria, che è quella delle opere dell’amore. Non dobbiamo dimenticare che il cristianesimo, con alterne vicen­de, ha condotto una dura batta­glia per respingere l’impulso al di­sprezzo del corpo e della materia in favore di una malintesa esalta­zione dell’anima e dello spirito. L’esaltazione dello spirito nel di­sprezzo del corpo, come l’esalta­zione del corpo nel disprezzo del­lo spirito, sono di fatto il seme ma­ligno di una divisione dell’uomo che la grazia incoraggia a com­battere e a sconfiggere.

La vigi­lanza consiste nell’esercizio quo­tidiano dei sensi spirituali, ossia degli stessi sentimenti che furono di Gesù, nella coltivazione della sapienza evangelica che unifica l’esperienza e ci consente di ap­prezzare i legami fini e profondi del corpo con lo spirito. In tal mo­do possiamo custodire fin d’ora, in attesa che si compia la pro­messa della risurrezione della car­ne, il piacere della libertà del cor­po da tutto ciò che è falso e ottu­so, laido e volgare, avido e violen­to. La fede nella risurrezione finale ci aiuta quindi a valorizzare e ama­re il tempo presente e la terra. La vigilanza cristiana, illuminata dal­l’orizzonte ultimo, non è fuga dal mondo, bensì capacità di vivere la fedeltà alla terra e al tempo pre­sente nella fedeltà al cielo e al mondo che deve venire. Nella lu­ce della Pasqua, i novissimi - mor­te, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso e risurrezione finale del­la carne - sono tutte forme del­l’essere con Cristo, che è promes­so e donato all’abitatore del tem­po e si configura a seconda del rapporto che, nella vigilanza o nel rifiuto, si stabilisce tra ogni perso­na umana e il Signore Gesù. (illustrazione: L’inferno secondo il celebre affresco di Luca Signorelli in una cappella del Duomo di Orvieto)

Carlo Maria Martini

fonte: Avvenire, 13.02.2009

mercoledì 6 maggio 2009


CONFERENZA DEL PROF. U.GALIMBERTI,
(ovvero la fiera dell'ovvietà)


- " Il disagio giovanile non è nè di tipo esistenziale, nè psicologico, ma culturale!" (traduzione: non occorrono nè preti nè psicologi). - "Il nihilismo è là dove manca lo scopo, il perchè".

- E' forse la mancanza di senso?

- "
No, sarebbe meglio non usare questo termine, in quanto il bisogno di senso sarebbe il prodotto d'una cultura, quella giudaico-cristiana, di cui siamo rampolli". - "Il futuro non attrae i giovani, esso è indecifrabile!".

-
Non sarebbe opportuno indicar loro un percorso? dei valori?

-
"No, i valori sono un assoluto, non ci sono valori che scendono dal cielo! Gli antichi raccomandavano: conosci te stesso ed è da lì che bisogna partire!... Anzi bisogna partire dal sentimento; esso è una facoltà cognitiva: mi dice se una cosa è giusta o no! I processi di apprendimento passano attraverso i processi emotivi! I sentimenti vanno costruiti: L'educazione è: educazione al sentimento"...... Occorre rivedere il ruolo educativo della scuola"........

- Ma, allora che significato hanno parole come "stupore, bellezza, ordine, congruità, perfezione, trasparenza, esperienza, scoperta di cose nuove ...verità? non si trova qui la sorgente delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti?

Ci sarebbe proprio da chiedersi: cui prodest?

Albert Einstein
diceva:
" La più bella sensazione è il lato misterioso della vita. È il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell'arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è, per così dire, morto; i suoi occhi sono spenti".
Alphonse de Lamartine
:"Il sentimento è la poesia dell'immaginazione".
Socrate
: "La meraviglia è un sentimento assolutamente tipico del filosofo. La filosofia non ha altra origine che questa".

martedì 5 maggio 2009

BERLUSCONI SULLA STAMPA

L'Avvenire lo critica: «Più sobrietà» dal Corrierre Della Sera
Sappiamo che un uomo di governo va giudicato per ciò che realizza, per i suoi programmi e la qualità delle leggi che contribuisce a creare. Ma la stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti. Non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio, il meno deforme, all'anima del Paese». È quanto si legge su Avvenire, in un editoriale in prima pagina dedicato alla vicenda Lario-Berlusconi. Un commento dai toni preoccupati perché «la politica e lo spettacolo, in un abbraccio mortifero, hanno dato nell'occasione il peggio di sé». Premettendo che «a nessuno è lecito usare i disastri altrui come arma politica e a nessuno dovrebbe essere concesso di sguazzare là dove sono in gioco i sentimenti delle persone e la vita di una famiglia», Avvenire puntualizza che «ciò che farebbe ridere in una puntata del Bagaglino non può non preoccupare i cittadini che di tanto ciarpame alla fin fine farebbero volentieri a meno». E ancora, si legge: «Non ci è piaciuto quel clima da scambio di "favorini" veri, falsi o presunti tra amici e amiche. E ci ha inquietato lo spargersi, tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un'altra manciata di sospetti sulle gesta del presidente del Consiglio. Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica può essere persino peggiore della verità più scomoda. e comunque prima o poi, arriva il momento del conto».

domenica 3 maggio 2009


Mi impiccano tra pochi secondi, aiutatemi.
L'ultima chiamata di Delara Darabi
Teheran | 2 maggio 2009

"Mi impiccano fra pochi secondi, aiutatemi!": cosi', alle 06.00 di ieri mattina, Delara Darabi, la pittrice iraniana condannata a morte per un omicidio commesso a 17 anni, ha informato per telefono i genitori che la stavano portando sul patibolo.

Lo ha raccontato il suo avvocato, Abdolsamad Khorramshahi, aggiungendo che il padre della ragazza e' ora ricoverato in ospedale in stato di shock.

A mettere ieri personalmente la corda intorno al collo della ragazza, scrive il quotidiano Etemad, e' stato un figlio della donna per la cui uccisione e' stata condannata, nonostante Delara avesse accettato le condizioni poste dalla famiglia della vittima per concedere il perdono che le avrebbe salvato la vita: dichiararsi colpevole e cambiare avvocato.
L'esecuzione e' avvenuta a sorpresa ieri nel carcere di Rasht, nel nord dell'Iran, anche se il capo dell'apparato giudiziario, ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, aveva annunciato il 19 aprile scorso un rinvio di due mesi dell'impiccagione.
La ragazza e' stata messa a morte senza che nemmeno il suo avvocato venisse informato, come invece vorrebbe la legge.

FONTE: http://www.rainews24














VIAGGIO D'ISTRUZIONE IN TOSCANA


Da dove vogliamo cominciare? dalla vigilia, dall'antiviglia, dallo svolgimento, dalla conclusione?

Ero già stato in Toscana diverse volte con la mia famiglia o in visita guidata, pertanto erano "altre" le motivazioni che mi spingevano ad accompagnare i 62 alunni di 1° liceo classico.
Tempo a parte, l'attesa gioiosa degli alunni e la "mia" speranza che tutto sarebbe andato per il verso giusto costituivano un buon avvio di giornata.

Il viaggio di andata, anche se senza sole, è stato tutto sommato gradevole.
Ma, la prima sosta a Lucca, bellissima città
intra moenia, è avvenuta sotto un forte acquazzone. Pazienza! Ci rimettiamo in viaggio per raggiungere l'albergo situato a circa 4 km da Pescia (un bellissimo paese, ci dicono) distante 65 Km da Firenze. L'albergo è decente, il ristorante eccellente.
Ma poi arriva la notte.
"Non sapete, cari docenti accompagnatori, che la notte non è fatta per dormire?
Tutto, o quasi, è permesso, soprattutto per chi non aspetta altro!!!! Dunque, vi tocca stare in piedi per i corridoi almeno fino alle quattro del mattino, se volete limitare i danni".
2° giorno: lunghissima e inutile attesa davanti alla Galleria degli Uffizi, segue il pranzo e tempo libero per visitare, in gruppi di classe, il centro della città, il duomo, l'Orsanmichele.
3° giorno: questa volta prenotazione per gli Uffizi, visita del museo del Bargello, pranzo, visita del museo dell'Opera del Duomo ecc..
Dopo la cena in albergo
, ritorna la notte. Ci risiamo ...
Dopo qualche ora di sonno, in tarda mattinata, si parte per Siena.
Non vedo l'ora che passi il 4° giorno!!! - "Intelligenti pauca".

domenica 26 aprile 2009

Benedetto XVI agli Idr - Roma 25 aprile 2009 - 2/2


MEETING IDR 2009
"Io non mi vergogno del Vangelo (Rm 1,16)
Il momento culminante del Meeting è stato senza dubbio l'incontro del 25 aprile con Benedetto XVI. Le 8000 persone che gremivano la sala hanno avvertito la gioia di far parte davvero di una Chiesa viva. Il Papa, come sempre, ha parlato in maniera pacata, ma profonda: Le sue parole giungevano in una platea silenziosissima, rotta talvolta nei passaggi chiave laddove diceva che, lungi dal costituire «un’interferenza o una limitazione della libertà», la presenza nella scuola pubblica italiana degli insegnanti di religione selezionati dalla Chiesa cattolica «è, anzi, un valido esempio di quello spirito positivo di laicità che permette di promuovere una convivenza civile costruttiva, fondata sul rispetto reciproco e sul dialogo leale, valori di cui un Paese ha sempre bisogno».
Il Papa ha sottolineato che il «servizio» dei docenti di religione si svolge «senza improprie invasioni o confusione di ruoli» e ha aggiunto: «È significativo che con gli insegnanti tanti ragazzi si tengano in contatto anche dopo i corsi».
«Auguro a tutti voi - ha aggiunto - che il Signore vi doni la gioia di non vergognarvi mai del suo Vangelo, la passione di condividere e coltivare la novità che da esso promana». ...
«Con la piena e riconosciuta dignità scolastica del vostro insegnamento voi contribuite, da una parte, a dare un’anima alla scuola e, dall’altra, ad assicurare alla fede cristiana piena cittadinanza nei luoghi dell’educazione e della cultura in generale.
Grazie all’insegnamento della religione cattolica la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità»....
"La dimensione religiosa non è dunque una sovrastruttura; essa è parte integrante della persona, sin dalla primissima infanzia; è apertura fondamentale all’alterità e al mistero che presiede ogni relazione ed ogni incontro tra gli esseri umani. La dimensione religiosa rende l’uomo più uomo".

martedì 21 aprile 2009




"Non tento, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non posso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino a un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire".
Dal "Proslogion" di Sant'Anselmo di Aosta (1033-1109)

Il pane, come altri cibi, è stato usato ben prima dell’avvento del cristianesimo in riti religiosi come oggetto da offrire alla divinità. Dall’Epopea di Gilgamesh, un racconto epico di fondamentale importanza della religione babilonese, apprendiamo che già nel secondo millennio a.C. il pane era offerto agli dèi come oggetto consacrato. Anche in altre culture del Mediterraneo antico, in cui si coltivava il grano e l’alimentazione era incentrata sul consumo dei cereali, il pane ha avuto un posto d’onore nei rituali. Soltanto nel cristianesimo, d’altro canto, la consacrazione del pane e il suo sacrificio in quanto «corpo di Cristo» hanno assunto un valore così centrale e assoluto. Su questo punto, il cristianesimo si differenzia dalle religioni classiche come quella greca e quella romana. Per i greci, il cibo privilegiato offerto nei grandi sacrifici pubblici – che costituivano il cuore della religione delle città greche – era la carne degli animali uccisi per essere offerti alle varie divinità. Questa carne era cotta e offerta alla divinità nelle parti ritenute più preziose, mentre il resto veniva diviso tra i sacerdoti officianti e distribuito al popolo che partecipava al rito.

Anche i greci avevano una divinità protettrice dei cereali (e dunque del pane), Demetra, in onore della quale, a partire dal vii secolo a.C., si celebrarono in una cittadina vicino ad Atene, Eleusi, riti misterici celebri. Proprio, però, la natura misterica di questi riti, che impediva agli iniziati di svelarne il contenuto, ci impedisce di sapere se per esempio a Demetra fosse offerto in sacrificio il pane.

Se si vuole trovare un precedente al rito cristiano, occorre guardare alla religione dell’Israele antico. In alcune antiche feste ebraiche, attestate nell’Antico Testamento, sono presenti usi sacrali del pane. Per Shavu’ot, la festa del raccolto o Festa delle Settimane, ad esempio, gli israeliti recavano al loro Dio come oblazione due pani di grano. Questa festa aveva luogo cinquanta giorni (sette settimane) dopo la Pasqua e divenne perciò nota col nome greco di Pentecoste: commemorava il giorno in cui Mosè ricevette le Tavole della Legge sul monte Sinai. Vi era poi Hag ha-Matsot, la festa del Pane Azzimo, una delle tre grandi feste agricole celebrate dagli israeliti dopo il loro stanziamento nella terra di Canaan. Essa era originariamente un rito di ringraziamento all’inizio del raccolto del grano, ma più tardi venne unita alla festa pastorale nomade della Pasqua, la commemorazione storica dell’uscita di Israele dall’Egitto. Per sette giorni gli ebrei mangiavano solo pane non lievitato, come segno di un nuovo inizio. Un precedente importante del rito cristiano è, infine, il «pane della presenza», che gli israeliti erano soliti deporre davanti al Santo dei Santi nel Tempio di Gerusalemme (Levitico 24,5-9): sopra una tavola, su due pile, venivano poste dodici focacce di pura farina di grano, rappresentanti le dodici tribù di Israele e la loro alleanza eterna con Jahvé. Ogni sabato esse venivano rimpiazzate e mangiate dai sacerdoti. Proprio questi precedenti, d’altro canto, aiutano a comprendere meglio la profonda e radicale novità rappresentata dal rito cristiano, che presuppone l’identificazione di Gesù come «pane di vita» (Giovanni 6) col pane offerto dal sacerdote. Se si vuole trovare un parallelo occorre guardare a una religione lontana nel tempo e nello spazio, una religione tipicamente sacrificale come quella degli aztechi. Essi usavano fare un impasto simile al pane dai semi del papavero e lo modellavano a forma del dio Huitzilopochtli. Questo pane a forma di figura umana veniva poi spezzato e mangiato dai sacrificanti, con lo scopo di «mangiare il dio» per assimilarne sostanza e poteri.

Quanto al vino, occorre partire da una premessa: come nel caso del pane l’uso rituale e sacro ha come premessa indispensabile la presenza della coltura dei cereali, così l’uso rituale e sacro del vino ha come premessa necessaria la coltura della vite. Ora, nel mondo mediterraneo antico che fa da sfondo al sorgere e alla diffusione del cristianesimo, la coltura della vite non era altrettanto diffusa di quella dei cereali. Non dovremo, di conseguenza, stupirci, che un uso rituale e sacro del vino sia presente in quei paesi, come l’Egitto, Israele, la Grecia e Roma, dove la coltivazione della vite e l’uso del vino sono largamente attestati. Occorre inoltre tenere presente una seconda caratteristica delle antiche culture del vino: il fatto che esso per lo più venisse consumato mescolato a quantità variabili di acqua. Il vino, infatti, come insegna in Grecia la vicenda del dio che ne è il simbolo, Dioniso, ha una doppia valenza, positiva e negativa: può curare dai malanni, donare l’ebbrezza momentanea che libera da affanni e preoccupazioni, favorire in certi casi addirittura l’estasi che permette di congiungersi alla divinità; ma, preso in quantità eccessiva, è pericoloso e può condurre alla follia o alla morte. Per questo, in varie mitologie, nella sua purezza e integrità, esso è la bevanda degli dèi, che garantisce loro l’immortalità.

Torniamo ora al suo uso sacrificale. Vi sono precedenti all’uso rituale e sacrificale cristiano. In Egitto a lungo il vino è stato, insieme alla birra, l’offerta sacrificale più diffusa. Non a caso, nei Testi delle piramidi il cielo viene descritto come una vigna divina e il defunto potrà, dopo la sua morte, goderne i frutti. È in Grecia, però, che il vino acquista, in collegamento con la figura misteriosa di Dioniso, una valenza sacrificale particolare. Nella tragedia di Euripide Le Baccanti, il dio è identificato col vino: «È lui che, nato dio, viene versato come offerta agli dèi...» (v. 284). Dioniso viene dunque identificato con la sostanza stessa del vino offerto nel sacrificio agli dèi, secondo un modello che si ritrova peraltro nel sacrificio del soma, una bevanda simile al vino, nei testi più antichi dell’induismo, i Veda. D’altro canto, il sacrificio cristiano si distingue da quello dionisiaco perché ora a essere identificato col vino è un personaggio storico in carne e ossa: Gesù, e per il valore di memoriale che lo stesso Gesù assegna a questa consacrazione nell’ultima cena di quell’evento fondante e specifico del cristianesimo che è la sua passione, morte e risurrezione.

(Giovanni Filoramo)


INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA (IRC)
NELLA SCUOLA PRIMARIA - PRECISAZIONI

Ecco il testo dell'Intesa tra il Dirigente dell'USP diFoggia e i direttori degli uffici scuola delle cinque diocesi della Metropolia di Foggia

Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca
Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia-Direzione Generale
Ufficio Scolastico Provinciale di Foggia

Prot. AOOUSPFG 4754 Foggia, 7.4.2009
AI DIRIGENTI SCOLASTICI
DEI CIRCOLI DIDATTICI E

IST. COMPRENSIVI
DELLA PROVINCIA

LORO SEDI
OGGETTO: INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA (IRC)
NELLA SCUOLA PRIMARIA - PRECISAZIONI

In data 31.3.2009, lo scrivente ha avuto un incontro con i Direttori degli Uffici Diocesani IRC della Metropolia di Foggia.
In tale occasione, si è avuto modo di esaminare alcune problematiche relative all’IRC nelle scuole Primarie dirette dalle SS.LL.
Innanzitutto, si deve evidenziare che le ore da destinare all’IRC non sono da considerare all’interno del monte ore che contribuisce a determinare l’organico di ciascuno istituto, atteso che, per tale insegnamento, ove fosse necessario, potranno essere assegnate risorse aggiuntive rispetto all’organico determinato dalle SS.LL. e validato da questo Ufficio.
L’occasione è propizia per fornire alle SS.LL. anche delucidazioni in ordine alla idoneità dei docenti che possono impartire l’IRC.
Preliminarmente, in sede di incontro con i Direttori Diocesani, si è esaminata la normativa che regola l’insegnamento, per cui si è convenuto che, ai sensi del D.P.R. 751/1985 –Annesso A- Esecuzione dell’intesa tra l’Autorità Scolastica Italiana e la Conferenza Episcopale Italiana per l’IRC nelle scuole – punto 4.6.2, e successive modificazioni ed integrazioni, sono da considerare dotati di qualificazione necessaria per l’insegnamento di cui trattasi gli insegnanti della scuola materna e della scuola elementare già in servizio nell’anno scolastico 1985/86.
Ovviamente, per tale personale docente deve, in ogni caso, essere rilasciata specifica idoneità e successiva autorizzazione dall’Ordinario competente per Diocesi.
Per gli altri docenti, il riconoscimento dell’Idoneità all’IRC è regolamentato dalle Intese di Metropolia del 30/03/1998 e dell’08/06/1998, in parte modificate in data 25/08/2006.
Relativamente, poi, ai numerosi quesiti posti anche per le vie brevi in ordine alla scelta del docente al quale affidare l’IRC dal prossimo anno scolastico, questo ufficio ritiene che, per salvaguardare la continuità didattica e la necessità di rendere possibile una progettazione culturale ed educativa pluriennale (CM n. 374 del 04.09.98), l’IRC possa essere assegnato:
􀀹 Per le classi prime: al docente ‘specialista’ di RC o al docente ‘unico’ o “prevalente” in possesso di idoneità, disponibile all’IRC e autorizzato dall’Ordinario Diocesano competente per territorio.
􀀹 Per le classi successive al primo anno: al docente ‘specialista’ di RC o al docente ‘prevalente’, in possesso dei requisiti fondamentali (idoneità, disponibilità e autorizzazione da parte dell’Ordinario Diocesano), nella sola classe dove, già nel corrente anno scolastico, svolge l’IRC.
Le SS.LL., nell’ambito dell’autonomia organizzativa della scuola (DPR 275/99), dopo aver accertato il possesso della idoneità e della disponibilità e previa autorizzazione da parte dell’Ordinario Diocesano competente per territorio, possono individuare altro docente, afferente sempre però alla stessa classe e che dia garanzia di continuità pluriennale nella medesima classe. In tale ultimo caso, deve comunque precisarsi che, ove si propenda per tale scelta organizzativa, allo stesso docente, non specializzato, non potranno essere assegnate ulteriori ore di insegnamento di religione cattolica in altre classi (D.P.R. 23.6.90 n. 202).
Nulla è innovato in ordine alle modalità e ai tempi di accertamento e di conferma dell’idoneità all’IRC che restano di esclusiva competenza degli Ordinari Diocesani e che risultano indicati, in linea di massima, nella specifica nota inviata dagli Uffici Scolastici Diocesani alle SS.LL. nello scorso mese di marzo.
fto.IL DIRIGENTE
Dott. Giuseppe De Sabato

sabato 18 aprile 2009

Papa Ratzinger

"Non sono gli intellettuali a misurare i semplici, bensì i semplici misurano gli intellettuali. Il compito del magistero ecclesiale è difendere la fede dei semplici contro il potere degli intellettuali; esso protegge la fede dei semplici, di coloro che non scrivono libri, che non parlano in televisione e non possono scrivere editoriali nei giornali, questo è il suo compito democratico. Esso deve dar voce a quelli che non hanno voce" (Joseph Ratzinger)

venerdì 17 aprile 2009


Venite amici che non è tardi
per scoprire un mondo nuovo.
Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte
e se anche non abbiamo l'energia
che in giorni lontani
mosse la terra e il cielo,
siamo ancora gli stessi,
unica eguale tempra di eroici cuori
indeboliti forse dal fato
ma con ancora la voglia di combattere
di cercare
di trovare
e di non cedere.
A. Tennyson.
immagine
da:monikapersonalspace.spaces.live.com

La malattia della muritudine

Ai primi di aprile il sindaco argentino di San Isidro iniziò la costruzione di un muro che avrebbe dovuto separare il quartiere più ricco della sua città dal quartiere più povero dell’adiacente comune di San Fernando. Il sindaco di San Fernando lo denunciò alla magistratura, che con decisione d’urgenza ordinò di abbattere il muro. Ma il sindaco di San Isidro si oppose, affermando l’indispensabilità del muro per proteggere le famiglie ricche dalla rabbia di quelle povere. Fin qui la cronaca. Ora proviamo a immaginare come andrà a finire.
Il sindaco di San Isidro fece ricorso, lo vinse e ricostruì il muro. Ma poiché i furti nelle case dei ricchi continuavano, decise di costruirne un altro per separare le case dei ricchi più ricchi dalle case dei ricchi normali. Quella notte rubarono in casa sua e così il sindaco fece costruire un terzo muro che lo isolasse dai vicini invidiosi. La notte seguente trovò la figlia in atteggiamenti sospetti con un povero di San Fernando, o con un ricco di San Isidro, al buio non si vedeva bene, e decise di murarla nella sua stanza. Ma la moglie si arrabbiò e allora il sindaco fece innalzare un quinto muro, definitivo, in camera da letto. Per sé tenne soltanto un piccolo bagno, nel quale andò subito a rintanarsi. Lì si sentì finalmente in pace e al sicuro. Quando, alcuni giorni dopo, i ladri sfondarono il muro, lo trovarono adagiato sul pavimento. Aveva un sorriso beato e fra le mani il progetto edilizio dell’Aldilà. Nel mezzo aveva disegnato un muro altissimo per non fare passare la morte. Ignorava che lei sapesse volare.

Massimo Gramellini (La Stampa 15/4/2009)
http://religioinfabula.splinder.com/


PROGETTO
PAOLO DI TARSO

Queso progetto interdisciplinare è stato realizzato dagli alunni delle classi quinte ginnasiali della mia scuola.
Esso si è sviluppato attraverso alcune fasi:
  • La ricerca e la rielaborazione attraverso strumenti multimediali,
  • Visite guidate alla mostra cittadina su san Paolo e a Roma (Tre fontane, Basilica di San Paolo, Carcere Mamertino, Santa Maria del Popolo).
  • Presentazioni dei lavori al Vescovo, agli alunni e alle autorità scolastiche.
Il lavoro si è avvalso della collaborazione dei docenti delle discipline classiche e artistiche.

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