giovedì 5 agosto 2010

La morale "fai da te"


"... Il disastro etico è sotto gli occhi di tutti. Quel che stupisce è la rassegnazione generale. La mancata indignazione della gente comune. Un sintomo da non trascurare. Vuol dire che il male non riguarda solo il ceto politico. Ha tracimato, colpendo l’intera società. Prevale la “morale fai da te”: è bene solo quello che conviene a me, al mio gruppo, ai miei affiliati. Il “bene comune” è uscito di scena, espressione ormai desueta. La stessa verità oggettiva è piegata a criteri di utilità, interessi e convenienza... "
Fonte: Famiglia Cristiana

domenica 1 agosto 2010

ASSISI, 2 agosto

LA FESTA DEL PERDONO 

La festa risale al 1216, quando Papa Onorio III concesse a Francesco l’Indulgenza plenaria per tutti coloro che avrebbero visitato la Porziuncola – dove il Santo viveva in povertà, fondò l'Ordine francescano e inviò i frati come missionari di pace in tutta la terra – nel giorno del 2 agosto.... continua
fonte: Zenit

Caterina – Diario di un padre nella tempesta

Questo è il testo che compare nella terza di copertina del libro:
“Cosa provano una madre o un padre di fronte a una figlia distesa su un letto, immobile, nell’impotenza di svegliarla, non si può dire. L’angoscia e la paura di quello che potrebbe essere non hanno limiti e bisogna subito rifugiarsi nel presente e nell’implorazione alla nostra buona Madre, che può tutto e che ci ama.”... Continua
fonte: http://www.zenit.org

Normativa IRC

venerdì 16 luglio 2010


Otto milioni di poveri in Italia. Le Acli: aiutare di più la famiglia

In Italia le famiglie povere sono 2 milioni e 657 mila, il 10,8% del totale. Complessivamente, sono 7 milioni e 810 mila le persone indigenti, il 13,1% dell'intera popolazione. CONTINUA

mercoledì 30 giugno 2010

Si può salvare la scuola italiana?

".... Alla domanda se si possa salvare la scuola italiana, riportandola ad un accettabile livello medio europeo, la risposta è: in concreto, no. È troppo difficile rinunciare a tutti i vantaggi accumulati. Nel corso degli anni si è stabilito:
1)    che non si può interrogare di lunedì, perché la domenica deve essere spensierata. Ed anche il sabato pomeriggio;
2)     non si può essere rimandati a settembre perché l’estate è consacrata ai divertimenti e non bisogna interferire con le vacanze dei genitori;
3)     se i ragazzi non studiano, bisogna punire i professori, costringendoli a tenere (brevi e del tutto inutili) corsi di ricupero. Corsi che alcuni professori schivano promuovendo tutti;
4)     gli alunni non possono essere rimproverati duramente dai professori, né per il comportamento né per il profitto, diversamente i genitori si precipitano a scuola a chiedere la testa dell’impudente professore. “Il ragazzo potrebbe rimanere traumatizzato”;
5)     gli alunni non possono sentirsi dire sul muso, e pubblicamente, che sono insufficienti in una materia. Per questo, niente voti pubblici sul tabellone: a questo punto sono viziati e fragili;
6)     prima, ante Christum natum, alla maturità si facevano esami scritti su tutte le materie che comportavano lo scritto, agli orali si rispondeva su tutte le materie e il programma era quello di tutti e tre gli ultimi anni. I “maturati” rivivevano l’esame, come incubo, per i successi due o tre decenni. Poi l’esame si è svolto con due soli scritti e soltanto quattro materie orali - di cui due a scelta del candidato - rispondendo solo sul programma dell’ultimo anno;
7)     per evitare che i ragazzi non siano in grado di superare con un salto questa crudele asticella posta a trenta centimetri dal suolo, le materie sono annunciate in aprile. Così anche i somari possono preparare qualcosa, per l’immancabile benedizione di giugno;
8)     ci si è pure accorti che i voti sono brutali e sommari. Dunque, anche nella Media Inferiore, si sono introdotti complicati ed esoterici giudizi, capaci di degradare il comportamento di Caligola a innocenti ragazzate. Al riguardo ecco un esempio significativo.
In quinta liceo scientifico mi arrivò un alunno pensoso e gentile ma di un’ignoranza totale. Quando lo interrogavo diceva solo “impreparato” e anzi presto prese l’abitudine di chiedere d’uscire appena arrivavo. Io gli accordavo il permesso alzandomi cerimoniosamente e dicendogli con un inchino:  “Mais je vous en prie, Monsieur, je vous en prie!” (Ma la prego, ma la prego! ). A fine anno, scrissi testualmente nel giudizio: “Giunto quest’anno nella sezione D, questo alunno ha dimostrato un totale disinteresse per la mia materia. Ignoro la sua preparazione tanto in lingua quanto in letteratura francese, perché in tutto l’anno ha saputo dirmi una sola parola: ‘impreparato’. E l’ha detta in italiano”.
Naturalmente fu ammesso agli esami di maturità. E per evitare lo scandalo presso i compagni il collega di matematica, membro interno, dovette anzi battersi perché la commissione (di sinistra) non gli desse il massimo dei voti.
Erano i mitici Anni Settanta e gli alunni di quel tempo oggi siedono in cattedra. Risalire da questo mondo al livello di una scuola seria sembra più difficile che scalare il Cervino in inverno, scalzi, e portandosi la suocera sulle spalle".
Gianni Pardo in Il legno storto
padre Camillo de Piaz
Camillo DE PIAZ è nato a Madonna di Tirano (Tirano, SO)  il 24 febbraio 1918. Frate dei Servi di Maria dal 1934, ordinato sacerdote nel 1941 viene destinato al convento milanese del suo Ordine di San Carlo al Corso, insieme al confratello David Maria Turoldo in vista della loro iscrizione all'Università Cattolica del Sacro Cuore (De Piaz, Lettere Moderne; Turoldo, Filosofia).
Nella condizione di frati e di studenti partecipano attivamente alla Resistenza, esperienza che segnerà profondamente la loro vita e motiverà il loro costante impegno democratico. Nel dopoguerra, con un gruppo di amici intellettuali, fondano presso il convento di San Carlo la Corsia dei Servi della quale animeranno per anni l'attività culturale (conferenze, editoria, cineforum, mostre) attorno alla omonima libreria che diverrà un punto di riferimento del mondo culturale cattolico e non, soprattutto durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. ... E' morto a Sondrio il 31 gennaio 2010.

mercoledì 9 giugno 2010

Il tenore Andrea Bocelli parla di una giovane donna a cui i medici le avevano consigliato di abortire.
"Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio".

Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

lunedì 7 giugno 2010

QUANDO LA TEOLOGIA SI FA ASSALIRE DALLA REALTA'
La parola “transustanziazione” è quasi scomparsa dal vocabolario cristiano. Eppure c’è una festa cattolica, quella del “Corpus Domini” di pochi giorni fa, che nasce proprio da lì, dalle controversie attorno alla “presenza reale” di Gesù nel pane e nel vino eucaristici, dai dubbi di un sacerdote boemo mentre celebrava la messa a Bolsena, dal miracolo che l’ha riportato alla fede, da quell’altro miracolo che fu il duomo di Orvieto costruito per custodire il corporale insanguinato dall’ostia.
Francesco Arzillo, magistrato amministrativo di Roma molto ferrato in filosofia e teologia, ci invia questa sua riflessione sul concetto di “sostanza” applicato all’eucaristia:
LA “SOSTANZA” DEL MISTERO continua
in http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

martedì 25 maggio 2010

LA CELLULA "ARTIFICIALE"

Colombo: «È un cambio di paradigma inquietante»

il biologo


«Non più conoscere e sfruttare la natura, ma il tentativo di costruirla. Ancora ignote le applicazioni e i possibili problemi di biosicurezza»

«Siamo di fronte a un nuovo paradigma della biologia, che non si limita a conosce­re o a sfruttare la natura, ma che passa alla logica della manipolazione totale per essere padrona di una vita costruita dall’uomo in modo artificiale». Don Ro­berto Colombo, docente di neurobiolo­gie e genetica all’Università Cattolica e membro del Comitato nazionale per la bioetica, non fatica a riconoscere la sin­golarità dell’esperimento realizzato dal­l’équipe di Craig Venter, ma pone alcu­ni interrogativi sui possibili sviluppi di questa tecnologia: «Da un lato va ricor­dato che è ancora lunga la strada per produrre cellule più complesse di quel­la del batterio, dall’altro che i possibili utilizzi di questi nuovi organismi pon­gono nuovi problemi di biosicurezza».

In che misura la scoperta di Venter è «vi­ta
artificiale»?

I batteri sono organismi unicellulari che si formano per divisione di una cellula preesistente: si generano come cloni, non attraverso la riproduzione sessuata propria degli organismi più complessi, che possiedono una maggiore varietà per le combinazioni dei geni dei genito­ri.

Il gruppo di Venter ha sostituito il ge­noma originale di una cellula batterica con uno sintetico, costruito assemblan­do sequenze di cromosomi diversi. E la nuova «macchina» sembra funzionare, nel senso che si è mostrata in grado di dividersi e quindi di riprodursi. La «sca­tola » è la membrana del Mycoplasma (batterio parassita di minime dimensio­ni), in cui è stato sostituito completa­mente il «motore» molecolare.

Gli obiettivi di questa attività riguarda­no la ricerca di base o le applicazioni pratiche? E quali?


Da un punto di vista teorico può essere interessante creare modelli cellulari semplici per individuare le condizioni minime, indispensabili per la sussisten­za della vita. Dal punto di vista applica­tivo, si parla di creare «macchine biolo­giche » che possono avere compiti par­ticolari: per esempio, «cellule spazzine» in grado di trasformare agenti inquinanti in materiali biodegradabili. Oppure pro­durre materiali biologici con caratteri­stiche diverse da quelle naturali. Mentre l’ingegneria genetica fa produrre pro­teine composte solo dai venti ammi­noacidi noti, ora si può immaginare di dare forma a proteine con proprietà di­verse e preordinate a funzioni partico­lari.

Con le cellule spazzine, per esempio, potrebbero sorgere problemi di biosi­curezza analoghi a quelli che qualcuno paventa per gli Ogm?


Questo resta un interrogativo aperto. Non si tratta infatti di organismi modi­ficati solo in una loro proprietà, come gli Ogm, ma del tutto nuovi. Non si può prevedere come si comporterebbero nell’ambiente, né se, fondendosi con batteri naturali, potrebbero causare dan­ni ecologici e pericoli per la salute del­l’uomo.

Sono stati già ipotizzati sviluppi più am­biziosi, su cellule di organismi superio­ri. È vicino questo traguardo?


Direi di no. Con la biologia sintetica si punta alla progettazione di «processi biosintetici» nuovi per una cellula per farle produrre quello che si vuole. Ma la strada è ancora lunga. E a maggior ra­gione è lontano il pensare di agire su u­na cellula eucariote (come quella del­l’uomo, degli animali o dei vegetali), ben più complessa di quella di un batterio (cellula procariote).

Si è parlato spesso in questi anni del «giocare a fare Dio». Questa scoperta è un passo in questa direzione?


Sicuramente assistiamo a una sorta di scivolamento nella concezione della bio­logia.

Il paradigma culturale che è già passato da quello della conoscenza dei fenomeni della natura a quello dello sfruttamento della natura attraverso le biotecnologie che lavorano sulle pro­prietà degli organismi esistenti, si orienta ora verso una manipolazione totale, o­biettivo della biologia sintetica. Si pro­ducono organismi viventi inediti, utiliz­zando patrimoni informazionali co­struiti al computer, dando il via a forme di vita prima non esistenti. È un para­digma nuovo, un po’ inquietante. Quan­to al significato che tutto questo ha per la comprensione del «fenomeno vita», è già noto da tempo che i processi biolo­gici sono regolati dal Dna. Affermare in­vece che non esiste nulla oltre la chimi­ca e la biologia, mi pare una afferma­zione presuntuosa e non scientifica.
Enrico Negrotti 
Fonte: AVVENIRE 22/05/2010

Cattolici e politica
Cattocomunisti, cattofascisti, cattoleghisti

di Luigi Bettazzi
Era di moda, alcuni decenni fa, indicare come “cattocomunisti” i cattolici che, ponendosi dalla parte dei lavoratori, degli emarginati, dei più poveri, si trovavano schierati con i comunisti, ispirati da Karl Marx nella promozione del proletariato, cioè di coloro che, lavorando alle dipendenze di chi domina in forza del proprio “capitale”, di denaro o di beni, non poteva contrapporre che il capitale della propria prole.(...............)
Mi chiedo allora cosa si dovrebbe dire di movimenti, che magari si alleano alla Chiesa per motivi contingenti, ma che hanno radici in contrasto con l’universalità del messaggio cristiano e con la caratteristica dell’insegnamento di Gesù, che è quello di “amarsi come Lui ci ha amati”, amando anche i nemici, dedicandosi così agli altri, al di là dei propri interessi, donandosi fino a morire come Lui ha fatto. Continua....

Sessualità e adolescenti: sguardi controcorrente.

Riprendiamo dal sito http://materialegrezzo.blogspot.com/ un video di Jason & Crystalina Evert che propongono, negli Stati Uniti, incontri di formazione alla sessualità ed all’affettività nelle scuole superiori e, da l’Osservatore Romano del 20 maggio 2010, un articolo di Carlo Bellieni sugli spazi dedicati da MTV alle adolescenti che hanno accettato di diventare madri. Entrambi offrono, a loro modo, uno sguardo diverso da quello corrente sullo straordinario mondo degli adolescenti.

Amore senza rimorso: un video di Jason & Crystalina Evert

Guardalo! 

 

lunedì 15 marzo 2010

Romero Martire della Guerra fredda
 A 30 ANNI DALLA MORTE DEL VESCOVO DEL SALVADOR

 di
Andrea Riccardi
S
ono passati trent’anni dalla morte di Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, il 24 marzo del 1980, ucciso sull’altare, con un solo colpo di fucile, mentre celebrava la Messa. La sua figura ha suscitato forti sentimenti. La polemica o la passione hanno avuto la meglio sulla ricerca scientifica (anche se oggi abbiamo a disposizione una biografia definitiva, quella di Roberto Morozzo,
Primero Dios , edita da Mondadori). Chi fu Romero? È il salvadoregno più noto di un Paese che non ha avuto l’onore delle cronache internazionali con l’eccezione di quando fu una delle poste in gioco della guerra fredda: nei giorni scorsi il parlamento del Salvador ha decretato il 24 marzo «Giorno di monsignor Oscar Arnulfo Romero». Il vescovo-martire è divenuto, per alcuni, il simbolo dell’impegno per la liberazione. Per chi tale posizione ha osteggiato, è figura poco chiara. Alla vigilia della celebrazione dei nuovi martiri, nel 2000, parlai di Romero con Giovanni Paolo II per quella celebrazione: «Dicono che sia una bandiera della sinistra», mi disse il Papa. Io gli ricordai la sua visita a San Salvador, quando si impose per andare sulla tomba dell’arcivescovo, nonostante la volontà contraria del governo. Stese le mani sulla tomba e disse: «Romero è nostro». Alla celebrazione dei nuovi martiri al Colosseo il Papa disse: «Pastori zelanti come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, assassinato sull’altare durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico». Sì, Romero è un sacerdote martire sull’altare. È da qui che bisogna cominciare a guardare la sua vita. Romero non si sentiva un eroe. Aveva paura di morire. Mi ha confidato il cardinale Moreira Neves che, il 31 gennaio 1980, nel suo ultimo passaggio a Roma, Romero gli disse che pensava che sarebbe stato ucciso presto, anche se non sapeva se dalla destra o dalla sinistra. Tuttavia non chiese un posto a Roma, ma tornò nella sua diocesi. Un mese prima di morire scriveva: «Ho paura per la violenza verso la mia persona.
  Sono stato avvertito di serie minacce proprio per questa settimana. Temo per la debolezza della carne ma chiedo al Signore che mi dia serenità e perseveranza… Gesù Cristo assistette i martiri e, se necessario, lo sentirò più vicino nell’affidargli il mio ultimo respiro. Ma più prezioso che il momento di morire è affidargli tutta la vita, vivere per lui». Nel clima nebbioso e confuso della Guerra fredda nella periferia centroamericana, visse e predicò la fede. Occorre comprendere meglio tutta la sua storia, non solo quella
degli ultimi anni, quasi che la vita precedente sia niente.
  Romero aveva studiato a Roma: era un prete romano, distaccato dal clima nazional-clericale di una parte del clero salvadoregno. Rappresenta quel clero che la Santa Sede voleva costruire in America Latina dalla fine dell’Ottocento: preti seri, pastorali e spirituali. Romero era stato toccato dal «Movimento per un Mondo Migliore» del gesuita padre Lombardi. Il magistero del Papa, in particolare Paolo VI, era decisivo per lui, che si muoveva nel linguaggio dei documenti montiniani, memorizzati e interiorizzati. In una lettera al cardinal Pironio nel 1977 scriveva: «Alcuni tendono a radicalizzarsi e a far uso della violenza come risposta, il che la Chiesa non può accettare e condanna… Ci preoccupa pure la durezza di cuore di quelli che
potrebbero fare qualcosa di più per la tremenda miseria del nostro popolo… I nostri appelli alla non violenza e a una vita e giustizia cristiane basate sul Vangelo e sul magistero della Chiesa sono attaccati pubblicamente e anonimamente da chi si sente colpito. Ci consola pensare che la nostra attività è conforme al Vangelo e a quanto la Chiesa universale ha proclamato…». Questa è la sua posizione, anche se non aveva politiche da suggerire nel quadro della lotta. L’arcivescovo parla di fede e pace, difendendo i poveri e mantenendo vive le attività della Chiesa. Romero non è un politico e si sente defensor civitatis, maestro di umanità per l’intera società. Non è facile fare i conti con le ragioni del governo, davvero non alte, e con il fondamentalismo politico della guerriglia. Romero considera il suo magistero come alta istanza etica e umana. Ma, a El Salvador, nel quadro della polarizzazione, non c’è spazio. Anzi, quando tale spazio si apre, va brutalmente chiuso. Non ci doveva essere una posizione intermedia, superiore ai due fronti in lotta. Romero è un vescovo in tempi difficili, anzi impossibili. Pose se stesso e la sua Chiesa, come guida verso la pace, quando non si vedeva lo sbocco politico per il domani. Credeva nella forza della fede: «Al di sopra delle tragedie, del sangue e della violenza, c’è una parola di fede e di speranza che ci dice: c’è una via d’uscita… Noi cristiani possediamo una forza unica». Resta un modello di vescovo fedele. Monsignor Romero fu un vescovo al servizio del Vangelo e della Chiesa. Il suo motto episcopale era Sentir con la Iglesia . La sua priorità: la salus animarum . Se Giovanni Paolo II fu un «liberatore» nel cuore europeo della Guerra fredda, Romero fu un martire nell’estrema periferia di questo scontro. A trent’anni dalla sua morte, liberi dalle passioni di chi fu coinvolto nella storia di allora, ma non così lontani nel tempo da non poter capire il dramma e l’esemplarità della figura, dobbiamo avere il coraggio di fare i conti con questo martire, che è figlio della Chiesa e che tutto aspettava da lei. La paura verso di lui è una cattiva consigliera, che condanna a non far fruttificare il sangue che Romero generosamente sparse sull’altare. Nella storia dello spirito, che scorre profonda oltre la cronaca delle passioni, Romero resta una figura decisiva. Non per l’importanza del suo Paese. Non per l’acutezza sociopolitica del suo pensiero. Ma perché fu un martire.
 Una bimba osserva il ritratto di Oscar Romero nella cattedrale di San Salvador.
  Il 24 marzo ricorrono 30 anni dal suo omicidio, avvenuto mentre egli celebrava la messa mattutina
Cervelli, a volte tornano 
Ma il saldo resta negativo
Fonte Avvenire

sabato 13 marzo 2010

Comunicato vescovile sulle elezioni regionali

In data 22 febbraio 2010, i Vescovi della regione Emilia-Romagna hanno pubblicato un comunicato in vista delle elezioni regionali. Di seguito, il comunicato è riportato integralmente.<... È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l’attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell’espressione «valori non negoziabili».

"..... 2. Essi costituiscono patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno.
A questi valori anche ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell’ordine temporale e sociale.
Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato.

3. È questo complesso di beni che costituisce l’orizzonte immutabile di ogni giudizio e di ogni impegno cristiano nella società. Persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto di quei beni.
Perciò la coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l’attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana....."

domenica 7 marzo 2010

REGIONALI: MONS. MOGAVERO, NO CAMBIO REGOLE CON GIOCO IN CORSO

(AGI) - CdV, 7 mar. - ''La definizione giusta e' quella data dal Presidente della Repubblica quando ha parlato di un grandissimo pasticcio''. Ne e' convinto il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero. ''Le regole - spiega in un'intervista rilasciata a Radio Vaticana prima dell'approvazione del decreto e della firma del Capo dello Stato - sono a garanzia e a tutela di tutti. A questo punto - aggiunge il presule - si legittima ogni intervento arbitrario con la motivazione che ragioni piu' o meno intrinseche o pertinenti mettono un gioco un valore, il valore della partecipazione oggi, e domani un altro valore''. Per Mogavero, che in passato e' stato sottosegretario della Cei e oggi presidede la Commissione Episcopale per i problemi giuridici, ''cambiare le regole del gioco mentre il gioco e' in corso e' un atto altamente scorretto''. ''La democrazia - ha detto il vescovo - e' una realta' fragile che ha bisogno di essere sostenuta e accompagnata da norme, da regole, altrimenti non riusciamo piu' a orientarci '', se invece ''dovesse essere diretta dall'arbitrio di qualcuno o se dovesse essere improvvisata ogni giorno mancherebbe la certezza del diritto, dei rapporti e delle prospettive''. E ancora in merito ai problemi sorti in questi giorni ha osservato: ''Non credo - ragiona il vescovo siciliano - che in democrazia si possa fare una distinzione fra cio' che sono le regole e quello che e' il bene sostanziale, le regole non sono un aspetto accidentale del vivere insieme, ma quelle che dettano il binario attraverso cui incamminarci''. (AGI) .

giovedì 4 marzo 2010

Si riapre la questione del Crocifisso in aula: esultano Governo e Chiesa
di A.G.
La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha ritenuto plausibile il riesame della sentenza emessa lo scorso 3 novembre: ora il caso passa alla Grande Camera. Che però non si esprimerà prima di diversi mesi. Durante i quali non potrà comunque avere effetto la prima decisione. Soddisfatta la Cei, assieme ai ministri Frattini e Gelmini.

domenica 21 febbraio 2010

Che cos'è essere cristiano? Hans Küng (2009)
“Qual è la caratteristica essenziale del cristianesimo? Per riassumere al massimo, direi che è Gesù
Cristo stesso. È l'incarnazione viva e decisiva, la sua causa, la sua vera misura. Incarna un modo
totalmente nuovo di vivere, un nuovo stile di vita. Ci propone, a noi uomini moderni, un modo di
vedere le cose e un modello di pratica unici, anche se noi possiamo evidentemente applicarli in
modi molto diversi. Con tutta la sua persona, lui è invito, richiamo, provocazione. Chiede a tutti,
individui e società, di riorientarsi concretamente, di cambiare atteggiamento scoprendo nuove
motivazioni, nuove disposizioni, un nuovo orizzonte di senso ed un nuovo destino.
Chi allora è cristiano? Non è semplicemente l'uomo che conduce correttamente la sua vita sociale o
anche religiosa. Certo bisogna legare interiorità cristiana e apertura al mondo, ma anche il non
cristiano può essere umano, sociale e autenticamente religioso. È cristiano colui che cerca di vivere
la sua umanità, le sue relazioni sociali e la sua vita religiosa a partire da Cristo, secondo il suo
spirito, secondo la sua misura, né più né meno.” continua

Il mondo finirà nel 2012? Massimo Introvigne

Libri, trasmissioni televisive e film ci spiegano che il mondo finirà il 21 dicembre 2012. Lo assicura, dicono, una profezia degli antichi Maya. Che cosa c’è di vero?
Per rispondere con una parola sola: nulla. Ammettiamo che gli antichi Maya abbiano davvero previsto la fine del mondo per il 21 dicembre 2012. Questo ci direbbe qualcosa sui Maya, ma nulla sulla fine del mondo. La cultura e le credenze dei Maya non sono “la verità” ed è bizzarro che qualcuno oggi le prenda come guida. Per esempio, i Maya credevano che gli dei avessero bisogno di sacrifici umani, un elemento assolutamente centrale nella loro cultura. Credevano anche che migliaia di sacrifici umani avrebbero reso i loro regni invincibili ed eterni. Non è successo: i regni Maya sono stati spazzati via dalla conquista spagnola.
Ma i Maya hanno, in effetti, previsto la fine del mondo per il 21 dicembre 2012?
No. Si tratta di una teoria inventata da un teorico del New Age nato in Messico ma cittadino statunitense, José Argüelles, a partire dagli anni 1970 e illustrata particolarmente nel suo volume del 1987 The Mayan Factor (in italiano Il fattore maya. La via al di là della tecnologia, WIP, Bari 1999). Argüelles ha ottenuto un dottorato e ha tenuto corsi in varie università, ma la sua materia è la storia dell’arte, non l’archeologia o la cultura Maya. Inoltre egli ha francamente dichiarato che molte sue teorie derivano da “visioni” che avrebbe avuto sotto l’influsso dell’LSD. Neppure un solo specialista accademico dei Maya ha mai preso sul serio Argüelles o le sue teorie sul 2012 e “ciarlatano” non è neppure la più severa fra le molte espressioni sgradevoli che la comunità accademica ha usato nei suoi confronti.
Su che cosa si basa l’idea della profezia Maya sul 2012?
Sul fatto che per i Maya questo mondo è iniziato a una data che può essere calcolata. Varie fonti danno diverse versioni, ma la data più diffusa corrisponde all’anno 3114 a.C. del nostro calendario. Da questa data iniziano cicli di anni chiamati b’ak’tun. Molti testi Maya parlano di venti b’ak’tun, dopo di che finirà questo mondo o ciclo. In una data fra il 21 e il 23 dicembre 2012, sempre secondo la versione più attestata dalle fonti del calendario Maya, finirà il tredicesimo b’ak’tun e inizierà il quattordicesimo. In genere la fine di un b’ak’tun per i Maya è occasione di celebrazioni e feste. Le iscrizioni e altre fonti che parlano di avvenimenti rilevanti in occasione della fine del tredicesimo b’ak’tun, nel dicembre 2012, fanno riferimento appunto a celebrazioni. Argüelles e i suoi sostenitori insistono sul Monumento 6 del sito archeologico Maya di Tortuguero, in Messico, che in corrispondenza della fine del tredicesimo b’ak’tun allude in termini peraltro confusi alla discesa di divinità e al fatto che “verrà il nero”. I commentatori accademici delle iscrizioni di Tortuguero pensano che si faccia riferimento anche qui a future cerimonie. In ogni caso, se si guarda al complesso dei testi di Tortuguero, si trovano riferimenti anche ai b’ak’tun dal quattordicesimo al ventesimo, per cui è certo che i Maya dell’epoca di questi monumenti (secolo VII d.C.) non pensavano che il mondo sarebbe finito nel nostro 2012, cioè alla fine del tredicesimo b’ak’tun. E non è neppure certo che i Maya pensassero a una fine del mondo con la fine del ventesimo b’ak’tun (da cui comunque ci separa qualche millennio) perché prima del nostro mondo ce n’era stato un altro, e potrebbe dunque trattarsi della fine di un mondo e non del mondo. Rimane anche vero che delle credenze dei Maya noi abbiamo un quadro incompleto e frammentario.
I Maya non avevano anche un’astrologia, sulla cui base prevedevano eventi felici oppure catastrofici, e in particolare una catastrofe nel 2012?
In linea concettuale si può dire che il calendario ci dice quando secondo un certo modo di calcolo termina un ciclo: ma che cosa succede alla fine di questo ciclo non ce lo dice l’astronomia ma la religione o l’astrologia. Il problema, però, è che non è neppure certo che i Maya avessero un’astrologia. Tutto quello che si può dire è che è possibile – ma non certo – che alcuni segni trovati in diversi codici (principalmente quello di Parigi – cfr. l’immagine –, acquisito dalla Biblioteca Nazionale della capitale francese nel 1832, ma ce ne sono di meno chiari anche altrove) mettessero in corrispondenza animali e costellazioni, creando una sorta di zodiaco, forse con significato astrologico. Siamo dunque in presenza di una congettura sull'esistenza di tredici simboli che potrebbero formare uno zodiaco e che secondo l'interpretazione più autorevole sono: due tipi diversi di uccelli (ma è difficile identificare quali siano), uno squalo o pesce “xoc”, uno scorpione, una tartaruga, un serpente a sonagli, un serpente più grande ma non identificato quanto alla specie, uno scheletro, un pipistrello, più due animali che corrispondono a zone del codice (di Parigi) troppo danneggiate per un'identificazione certa. Dal momento che non è neppure certo che esistesse un’astrologia Maya, ogni congettura su “previsioni” collegate a questa astrologia è del tutto insensata.
Ma gli attuali indios discendenti dei Maya prevedono la fine del mondo nel 2012?
Assolutamente no. Vari studi di antropologi ed etnologi mostrano che non attendono nulla di particolare per questo anno, anzi non hanno mai sentito parlare di presunte profezie.
Se si tratta di una bufala, perché è così diffusa?
Diversi studiosi dei Maya, piuttosto infastiditi, hanno parlato di una pura speculazione commerciale. È servita a lanciare diversi film, alcuni dei quali dal punto di vista meramente cinematografico sono anche ben fatti e gradevoli, purché li si consideri appunto dei semplici film e non si pretenda di ricavarne profezie autentiche. Da un punto di vista sociologico, forse si possono dire due cose in più. La prima riguarda l’enorme impatto della popular culture – romanzi, film, televisione – su un’opinione pubblica dove ormai è la vita a imitare l’arte e non viceversa e la fiction è considerata fonte d’informazioni sulla realtà (Il Codice da Vinci insegna). L’ultima puntata, del 2002, della popolarissima serie televisiva X-Files annunciava l’invasione degli alieni per il 21 dicembre 2012. Serie TV e film hanno una grandissima influenza su un pubblico “postmoderno”, dove i confini fra finzione e realtà si sono fatti davvero molto labili. La seconda osservazione parte da un fatto: l’idea della profezia Maya lanciata da Argüelles era parte integrante del New Age. Oggi il New Age è in crisi, ma ci sono molti che – per le più svariate ragioni – hanno interesse a rilanciarlo. La diffusione della presunta profezia sul 2012 è stata ed è una grande occasione di rilancio del New Age.
Ma della fine del mondo non parlano anche i cristiani?
Sì. Anzi, Papa Benedetto XVI nell’enciclica del 2007 Spe salvi lamenta che non se ne parli abbastanza, perché la prospettiva della fine del mondo e del Giudizio Universale, dove i sacrifici dei buoni e la malizia dei malvagi emergeranno agli occhi di tutti e saranno definitivamente giudicati, illumina l’intera storia umana. La Chiesa, però, ha sempre condannato il millenarismo, che pretende di detenere un sapere dettagliato, che va oltre la Sacra Scrittura e l’insegnamento del Magistero, sul “come” della fine del mondo e di poterne determinare anche il “quando”. La Chiesa annuncia la parola del Vangelo di Matteo (25, 13): “Non sapete né il giorno né l’ora”. E chi afferma di saperli s’inganna, e inganna chi gli presta fede. Fonte: CESNUR

DEMOCRAZIA E DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
Lectio magistralis del Cardinale Tarcisio Bertone, in occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte della Pontificia Facoltà Teologica dell'Università di Wrocław, in Polonia, l'11 febbraio scorso.
 
Cos'é l'amore ?
Molti sono convinti che la vita di una creatura conti solo se è una “scelta cosciente”, un atto dovuto, altrimenti diventa una costrizione, un “un dovere morale” e spetti alle donne, in nome del valore supremo della difesa della propria libertà, decidere della sorte di quel figlio che s’è “annidato” nel loro ventre.
Le cose di fatto sono più semplici: un figlio è un figlio, cercato, capitato, è un essere indifeso che ha bisogno d’essere custodito.
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giovedì 18 febbraio 2010

Può lo Stato nel suo ordinamento giuridico essere neutrale 
di fronte al matrimonio e all’unione omosessuale?
Secondo quanto afferma il Card. Caffarra nella sua Nota Dottrinale del 14 febbraio 2010, lo Stato non può ritenere le due realtà ugualmente rilevanti per il bene comune.
"Mentre l’unione legittima fra un uomo e una donna assicura il bene – non solo biologico! – della procreazione e della sopravvivenza della specie umana, l’unione omosessuale è privata in se stessa della capacità di generare nuove vite. Le possibilità offerte oggi dalla procreatica artificiale, oltre a non essere immuni da gravi violazioni della dignità delle persone, non mutano sostanzialmente l’inadeguatezza della coppia omosessuale in ordine alla vita.
Inoltre, è dimostrato che l’assenza della bipolarità sessuale può creare seri ostacoli allo sviluppo del bambino eventualmente adottato da queste coppie. Il fatto avrebbe il profilo della violenza commessa ai danni del più piccolo e debole, inserito come sarebbe in un contesto non adatto al suo armonico sviluppo.
Queste semplici considerazioni dimostrano come lo Stato nel suo ordinamento giuridico non deve essere neutrale di fronte al matrimonio e all’unione omosessuale, poiché non può esserlo di fronte al bene comune: la società deve la sua sopravvivenza non alle unioni omosessuali, ma alla famiglia fondata sul matrimonio.
Un’altra considerazione sottopongo a chi desideri serenamente ragionare su questo problema.
L’equiparazione avrebbe, dapprima nell’ordinamento giuridico e poi nell’ethos del nostro popolo, una conseguenza che non esito definire devastante. Se l’unione omosessuale fosse equiparata al matrimonio, questo sarebbe degradato ad essere uno dei modi possibili di sposarsi, indicando che per lo Stato è indifferente che l’uno faccia una scelta piuttosto che l’altra.
Detto in altri termini, l’equiparazione obiettivamente significherebbe che il legame della sessualità al compito procreativo ed educativo, è un fatto che non interessa lo Stato, poiché esso non ha rilevanza per il bene comune. E con ciò crollerebbe uno dei pilastri dei nostri ordinamenti giuridici: il matrimonio come bene pubblico. Un pilastro già riconosciuto non solo dalla nostra Costituzione, ma anche dagli ordinamenti giuridici precedenti, ivi compresi quelli così fieramente anticlericali dello Stato sabaudo.
4. Vorrei prendere in considerazione ora alcune ragioni portate a supporto della suddetta equiparazione.
La prima e più comune è che compito primario dello Stato è di togliere nella società ogni discriminazione, e positivamente di estendere il più possibile la sfera dei diritti soggettivi.
Ma la discriminazione consiste nel trattare in modo diseguale coloro che si trovano nella stessa condizione, come dice limpidamente Tommaso d’Aquino riprendendo la grande tradizione etica greca e giuridica romana: "L’uguaglianza che caratterizza la giustizia distributiva consiste nel conferire a persone diverse dei beni differenti in rapporto ai meriti delle persone: di conseguenza se un individuo segue come criterio una qualità della persona per la quale ciò che le viene conferito le è dovuto non si verifica una considerazione della persona ma del titolo" [2,2, q.63, a. 1c].
Non attribuire lo statuto giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali, non è discriminazione ma semplicemente riconoscere le cose come stanno. La giustizia è la signoria della verità nei rapporti fra le persone.
Si obietta che non equiparando le due forme lo Stato impone una visione etica a preferenza di un’altra visione etica.
L’obbligo dello Stato di non equiparare non trova il suo fondamento nel giudizio eticamente negativo circa il comportamento omosessuale: lo Stato è incompetente al riguardo. Nasce dalla considerazione del fatto che in ordine al bene comune, la cui promozione è compito primario dello Stato, il matrimonio ha una rilevanza diversa dall’unione omosessuale. Le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, e pertanto il diritto civile deve conferire loro un riconoscimento istituzionale adeguato al loro compito. Non svolgendo un tale ruolo per il bene comune, le coppie omosessuali non esigono un uguale riconoscimento.
Ovviamente – la cosa non è in questione – i conviventi omosessuali possono sempre ricorrere, come ogni cittadino, al diritto comune per tutelare diritti o interessi nati dalla loro convivenza.
Non prendo in considerazione altre difficoltà, perché non lo meritano: sono luoghi comuni, più che argomenti razionali. Per es. l’accusa di omofobia a chi sostiene l’ingiustizia dell’equiparazione; l’obsoleto richiamo in questo contesto alla laicità dello Stato; l’elevazione di qualsiasi rapporto affettivo a titolo sufficiente per ottenere riconoscimento civile.
5. Mi rivolgo ora al credente che ha responsabilità pubbliche, di qualsiasi genere.
Oltre al dovere con tutti condiviso di promuovere e difendere il bene comune, il credente ha anche il grave dovere di una piena coerenza fra ciò che crede e ciò che pensa e propone a riguardo del bene comune. È impossibile fare coabitare nella propria coscienza e la fede cattolica e il sostegno alla equiparazione fra unioni omosessuali e matrimonio: i due si contraddicono.
Ovviamente la responsabilità più grave è di chi propone l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico della suddetta equiparazione, o vota a favore in Parlamento di una tale legge. È questo un atto pubblicamente e gravemente immorale.
Ma esiste anche la responsabilità di chi dà attuazione, nella varie forme, ad una tale legge. Se ci fosse bisogno, quod Deus avertat, al momento opportuno daremo le indicazioni necessarie.
È impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Mi piace concludere rivolgendomi soprattutto ai giovani. Abbiate stima dell’amore coniugale; lasciate che il suo puro splendore appaia alla vostra coscienza. Siate liberi nei vostri pensieri e non lasciatevi imporre il giogo delle pseudo-verità create dalla confusione mass-mediatica. La verità e la preziosità della vostra mascolinità e femminilità non è definita e misurata dalle procedure consensuali e dalle lotte politiche".
Bologna, 14 febbraio 2010
Festa dei Santi Cirillo e Metodio
Compatroni d’Europa


lunedì 15 febbraio 2010

`Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Gioite ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt. 5, 3-12).

 
Mons. Tonino Bello, con profonda efficacia, così commentava alcune beatitudini:
"E c'è, finalmente, il modo legittimo di leggere le Beatitudini. Consiste essenzialmente nel felicitarsi con i senzatetto e senza pane (gli affamati) come per dire: 'Complimenti, c'è una buona notizia! Sì, tutti si sono dimenticati di voi, ma Dio ha scritto il vostro nome sul palmo della sua mano, tant'è che i primi assegnatari della casa del Regno siete voi, che dormite sui marciapiedi e i primi cui verrà distribuito il pane caldo di forno siete voi, che ora avete fame. Felicitazioni a voi, che a causa della vostra mitezza vi vedete continuamente scavalcati dai più forti o dai più furbi. Il Signore, non solo non vi scavalca, nelle sue graduatorie, ma vi assicura il primo posto nella classifica generale dei meriti.
E auguri a tutti voi che sperimentate l'amarezza del pianto e la solitudine dei giorni neri; c'è qualcuno che non rimane insensibile al gemito nascosto degli afflitti, prende le vostre difese, parteggia decisamente per voi e addirittura si costituisce parte lesa ogni volta che siete perseguitati a causa della giustizia. Ed infine, su con la vita voi, che sfidando le logiche della prudenza carnale, vi battete con vigore per dare alla pace un domicilio stabile sulla terra. Dio avvalla la vostra testardaggine."
 Io non credo, ma non ho una ragione scientifica per non credere.
Margherita Hack si è ben guardata dal fare come alcuni suoi colleghi e (se ci si passa il termine) «correligionari» i quali pretendono di affermare che uno scienziato non può credere in Dio, e che c’è contrasto tra scienza e fede. «La scienza - ha detto - non può dare risposte alla domanda sull’esistenza o sull’inesistenza di Dio. Infatti ci sono scienziati atei, agnostici e credenti. Io non credo, ma non ho una ragione scientifica per non credere. Semplicemente penso che, di fronte al Mistero dell’Universo e della Vita, l’idea di un Dio creatore sia una risposta un po’ facilona. Anch’io sono meravigliata nel constatare che da una zuppa primordiale di particelle elementari si sia sviluppata una vita così complessa. Ma mi accontento di spiegarlo con l’esistenza della materia. Sono atea, ma ammetto che anche il mio ateismo è una fede non dimostrabileDirebbe Althusser, in quel suo terribile giudizio: "La differenza tra il credere nella esistenza di Dio e il marxismo non sta in una ragione, è una pura opzione". Scelta di che? Accettare o non accettare l'Essere. Questa è una scelta che si ripropone ogni giorno, perché noi ogni mattina ci alziamo e ci poniamo di fronte alla realtà con lo sguardo spalancato, aperto, ingenuo di un bambino, pronto a dire pane al pane, vino al vino. "Sia il vostro dire sì, no; ogni altra parola viene dalla menzogna". Oppure ci alziamo con il gomito a coprire la faccia, guardinghi, per difenderci dalla realtà (accettare o meno l'Essere, la propria madre o Dio è lo stesso, la posizione è identica), accampando pretesti anche contro l'evidenza, naturalmente».
da http://www.samizdatonline.it
Igor Mitoraj: pianto
A che punto è la notte dei giovani
di Enzo Bianchi
in “La Stampa” del 13 febbraio 2010
I luoghi comuni sui giovani ormai si sprecano, a cominciare dalla stessa definizione di una categoria di persone legata unicamente a una fascia di età fino a una cinquantina d'anni fa inesistente: una
serie di condizioni sociali e culturali faceva sì che non ci fosse «tempo per essere giovani», in quanto l'età di passaggio dall'adolescenza al mondo adulto era un brevissimo lasso di tempo. Eppure oggi si sente continuamente parlare di giovani, del loro «non essere più come quelli di una volta», delle loro attese e frustrazioni, del loro futuro. Anzi, proprio sul termine «futuro» un altro luogo comune rischia di portarci fuori strada nell'affrontare le problematiche giovanili: si sente ripetere che «i giovani sono il futuro della società (o della chiesa)», senza rendersi conto che questa affermazione da un lato tende a emarginalizzarli dal presente - come una sorta di difesa preventiva degli adulti che mantengono così la loro presa su un oggi di durata indefinita - e a ignorare che in realtà essi sono già «una parte del presente» della società, mentre dall'altro lato ignorapericolosamente il dato che più affligge oggi chi ha tra i venti e i trent'anni: la mancanza di speranzaper il futuro.
Tra gli aneliti più cocenti dei giovani, infatti, non vi è quello di «essere» il futuro di una determinata realtà sociale o ecclesiale, ma piuttosto di «avere» già ora un futuro verso cui tendere, un'attesa capace di dare senso al loro presente.
Per la chiesa poi, specie in Italia e in Europa, la questione «giovani» si fa particolarmente
preoccupante. Siamo di fronte alla Prima generazione incredula - come l'ha definita Armando
Matteo nella sua ottima riflessione su «il difficile rapporto tra i giovani e la fede» (Rubettino,
Soveria Mannelli, pp. 110, €10) - cioè a persone per le quali «nascere e diventare cristiano» non
sono più «eventi che accadono in modo sincrono», una generazione cui «nessuno ha narrato e
testimoniato la forza, la bellezza, la rilevanza umana della fede».
L'analisi di Matteo - assistente ecclesiastico nazionale della Fuci e come tale in costante contatto
con i giovani universitari - è lucida anche nel suo tratteggiare «quel senso di notte e quella notte di
senso» che attanaglia tanti giovani. Sono interrogativi - ma anche suggerimenti, intuizioni, proposte
da accogliere con gratitudine e approfondire con sapienza - che riguardano la chiesa intera e la sua
presenza nella società, oggi prima ancora che domani, la sua capacità di «umanizzare», di far
diventare l'essere umano più umano. Sono parole a volte sferzanti, dure da ascoltare, ma che ci
risvegliano a un'urgenza a volte percepita ma raramente assunta con serietà: la consapevolezza che
la fede, come la vita, la si trasmette da persona credibile a persona aperta alla possibilità di credere.
Si tratta di essere coscienti non solo di avere un patrimonio da trasmettere, ma anche del dover
rendere credibile e desiderabile l'eredità che si vuole lasciare a generazioni erroneamente definite
«che verranno»: esse in realtà sono già in mezzo a noi e da noi attendono segni di un passato verso
il quale essere grati, di presente aperto al domani, di un futuro possibile e che valga la pena di
essere vissuto, a partire da qui e ora.

lunedì 8 febbraio 2010

DIO E RAGIONE: nemici, estranei, alleati?
Chi sono i Santi? E gli Eroi? Sono tutti famosi?
Il vero problema è che di loro non se ne parla più o in modo distorto, siano essi famosi o no.
Oggi interessano, (meglio sarebbe dire: il Potere vuole che interessino, attraggano, possano affascinare) altri eroi o santi.
La TV nichilista ci propone solo quelli "venerati" ed osannati sull'isola dei Famosi e sulle tante altre "isole" create appositamente come loro altare. Una valanga giornaliera di immagini e personaggi frivoli, spesso immorali, quasi sempre prodotto da consumare e basta e poi via… “avanti un altro”.
Sono le "Isole" dei Media: Cine e TV, con fiction e talk-show, Internet, musica e sport, spettacoli ad ogni ora con attori e veline sempre più nude. Spopolano politici e soloni, tuttologi e paladini del nulla, al massimo qualche sostenitore di "madre-natura".
Tutti famosi sulle proprie isole di appartenenza o su quelle dove il dio-Denaro ha scelto di fare i propri investimenti economici o lanciare le proprie scelte ideologiche.
Così, tanto per cambiare, ancora una volta sono le giovani generazioni ad essere catturate nella rete e anch'essi spediti nel "paese dei balocchi", sull'isola del NULLA.
Ma c'è la crisi. Niente paura. I Famosi non ne soffrono.
I loro padroni lavorano con furbizia ed intelligenza e riescono a renderli ancora più famosi.
Sono il nuovo "oppio dei popoli", il miraggio più ambito per tanti giovani. Questi, non ancora famosi, cercano di apparire a qualsiasi prezzo. Allora si decide in banda di bruciare un povero barbone perché "non si sa cosa fare", o si riprende col telefonino ogni scabrosità, meglio se a scuola; tutto per dimostrare "talento e coraggio".
Dilaga l'immoralità culturale.
Nessuno tenta di porvi rimedio e chi ci prova incontra ostacoli spesso insormontabili.
Una crisi educativa che si tocca con mano, sia nella famiglia sia nella scuola. Le due linfe fondamentali per far crescere i nostri giovani sono spesso prive della giusta autorevolezza e in crisi d'identità.
                                                               
E' dunque ora che tutti gli educatori (e sono in molti quelli che ogni giorno faticano in questa loro missione) si facciano carico della loro grande responsabilità.
Educare è una vocazione, una necessità.
Fonte: www.samizdatonline.it

venerdì 29 gennaio 2010

Mons. Crociata sull'aquivalenza tra criminalità e immigrazione:
“Le nostre statistiche dimostrano che la percentuale di criminalità tra italiani e stranieri è analoga se non identica. La considerazione di fondo, quando parliamo di immigrati, è quella – come ci ha ricordato il Papa – della dignità di ogni persona umana, che non può essere a priori oggetto di giudizio, quindi di pregiudizio e di discriminazione”.

lunedì 25 gennaio 2010

«La fede dell'Ebraismo e la fede del cristianesimo
sono, nel loro rispettivo genere, differenti...
e lo rimarranno fino a che il genere umano
non verrà radunato dall'esilio delle "religioni"
nel Regno di Dio.
Ma un Israele e un Cristianesimo che si sforzassero
di rinnovare la propria fede...
avrebbero da dirsi l'un l'altro cose che non si sono mai detti e da prestarsi l'un l'altro un aiuto che oggi è appena immaginabile.» MartinBuber

domenica 17 gennaio 2010

L’amore

Quando l’amore vi chiama, seguitelo, anche se ha vie sassose e ripide.
E quando vi parla, credete in lui, benché la sua voce possa disperdere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.
Poiché come l’amore vi esalta, così vi crocifigge, e come vi matura così vi poterà.
E vi consegna al suo sacro fuoco, perché voi siate il pane santo della mensa di Dio.
Tutto ciò compie l’amore in voi, affinché conosciate il segreto del vostro cuore e possiate diventare un frammento del cuore della vita.
L’amore non dà nulla, fuorché sé stesso e non coglie nulla se non in sé stesso.
L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto, perché l’amore è sufficiente all’amore.
E non pensare di poter dirigere l’amore, perché se vi trova degni, è lui che vi conduce.
L’amore non desidera che consumarsi!
Se amate davvero, sono questi i vostri desideri:
destarsi all’alba con un cuore alato e ringraziare per un altro giorno d’amore; addormentarsi a sera con una preghiera per l’amato nel cuore e un canto di lode sulle labbra.
Gibran Kahlil Gibran
NEL SORRISO NASCE LA SPERANZA AD HAITI

Il bambino di due anni recuperato da sotto le macerie della sua casa a Port-au-Prince tra le persone salvate a quasi tre giorni dal devastante terremoto di Haiti. Il bambino, Redjeson Hausteen Claude, già assurto a simbolo della speranza nella città rasa al suolo dal sisma, è stato recuperato da un soccorritore spagnolo, che lo ha portato subito fra le braccia della madre, Daphnee Plaisin (Ap)

fonte: Corriere della Sera

mercoledì 13 gennaio 2010

Aiutami, Signore, a vivere di Te, e a essere strumento della tua pace. Infondi in me una grande passione per la Verità, e impediscimi di parlare in tuo nome se prima non ti ho consultato con lo studio e non ho tribolato nella ricerca. Salvami dalla presunzione di sapere tutto, dall'arroganza di chi non ammette dubbi; dalla durezza di chi non tollera ritardi; dal rigore di chi non perdona debolezze; dall'ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone. Trasportami, dal Tabor della contemplazione, alla pianura dell'impegno quotidiano. E se l'azione inaridirà la mia vita, riconducimi sulla montagna del silenzio. Dalle alture scoprirò ì segreti della «contemplatività», e il mio sguardo missionario arriverà più facilmente agli estremi confini della terra. Amen. 
Don Tonino Bello

lunedì 11 gennaio 2010


L’orrore dell’Uganda: allarme sacrifici umani 
«Mettono il cuore e il sangue dentro a piccoli contenitori, li posizionano sotto un albero e aspettano che gli spiriti arrivino a prenderseli» Ma dietro a tutto c’è anche il commercio clandestino degli organi: molti cadaveri sono privi di reni e fegato. Leggi
da Avvenire

mercoledì 6 gennaio 2010


Agrigento, il presepe è senza i Magi "Li hanno bloccati alla frontiera"

Fonte: la Repubblica

"E' stata un'iniziativa concordata con l'arcivescovo Francesco Montenegro - ha spiegato Valerio Landri - perché abbiamo ritenuto che si dovesse dare un segnale per far riflettere la comunità ecclesiale e civile. Pensiamoci bene: oggi Gesù Bambino, se volesse venire da noi, probabilmente sarebbe respinto alla frontiera. Non abbiamo inteso fare polemica politica, siamo consapevoli che è necessaria una regolamentazione del fenomeno, ma siamo convinti che bisogna anche comprendere il perché questa gente fugge dal suo paese e bisogna dunque pensare all'accoglienza". leggi


domenica 3 gennaio 2010

http://www.youtube.com/watch?v=RcP83h9AQmc

da Rinaldo
Musica di Georg Friedrich Händel
su libretto di Giacomo Rossi Aaron Hill

Almirena, l'amata di Rinaldo, è stata rapita dalla maga Armida e lamenta la prigionia con queste parole:

Lascia ch'io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
E che sospiri, e che sospiri la libertà!
Lascia ch'io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!

Lascia ch'io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!
E che sospiri, e che sospiri la libertà!
Lascia ch'io pianga la cruda sorte,
E che sospiri la libertà!