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domenica 14 aprile 2013

Unisciti a coloro che cantano, raccontano storie, si godono la vita e hanno la gioia negli occhi. Perché la gioia è contagiosa, e riesce sempre a impedire che gli uomini si lascino paralizzare dalla depressione, dalla solitudine e dalle difficoltà.
Unisciti a chi procede a testa alta, anche se ha gli occhi pieni di lacrime.
Paulo Coelho

mercoledì 5 gennaio 2011

La lettera di un cassintegrato che mi ha fatto pensare:  60 anni di democrazia che vanno in fumo! Leggi 

 

foto da La Nuova Sardegna

 

lunedì 11 ottobre 2010

LA RAGIONE SMARRITA
Sono tante le cose che non comprendo
di questa guerra
e così poche quelle che afferro.
Una sola mi sembra
abbastanza certa:
ogni guerra
è una guerra.
Ogni guerra
finisce per mangiarsi le sue ragioni
quand'anche fossero le migliori.
E continuo a pensare
che combattere il male
con altro male
non può, alla fine,
essere un bene.

Wim Wenders

lunedì 4 ottobre 2010

Il Nobel per la medicina a Robert Edward
E' andato giù duro il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Ignacio Carrasco de Paula, commentando il Premio Nobel della medicina di cui è stato insignito oggi il "padre" della fecondazione in vitro Robert Edward. "Innanzitutto - afferma mons. Carrasco spiegando la sua opposizione alla nomina del professore a cui pure riconosce alcuni meriti scientifici - senza Edwards non ci sarebbe il mercato degli ovociti con il relativo commercio di milioni di ovociti; secondo, senza Edwards non ci sarebbero in tutto il mondo un gran numero di congelatori pieni di embrioni che nel migliore dei casi sono in attesa di essere trasferiti negli uteri ma che più probabilmente finiranno per essere abbandonati o per morire e questo è un problema la cui responsabilità è neo-premio Nobel".
Infine, sottolinea il presidente della Accademia per la Vita, "senza Edwards non ci sarebbe l'attuale stato confusionale della procreazione assistita con situazioni incomprensibili come figli nati da nonne o mamme in affitto". Con la fecondazione in vitro, "in conclusione - aggiunge mons. Carrasco - direi che Edwards non ha in fondo risolto ilproblema dell'infertilità, che è un problema serio, nè dal punto di vista patologico nè epidemiologio. Insomma non è entrato nel problema, ha trovato una soluzione scavalcando il problema dell'infertilità". "Bisogna aspettare - conclude - che la ricerca dia un'altra soluzione, anche più economica e quindi più accessibile della fecondazione in vitro, che tra l'altro presenta costi ingenti".

http://www.avvenire.it

domenica 12 settembre 2010

CULTURA E CONTROCULTURA: un'occhiata sulla società italiana
Giovanni Reale: "... i tre mali supremi che colpiscono la gioventù indicati da Platone sono identici a quelli di oggi: lui parlava di forme di ebbrezza, di eccesso dell’amore sessuale e di melancolia: che corrisponde alla depressione, il male oggi più diffuso". Leggere l'intervista 

mercoledì 18 agosto 2010

Padre Pedro : una vita al servizio dei poveri

 

 Quando meno e da chi meno te l'aspetti!
'E proprio così. In una caldissima mattinata di agosto scopro questo personaggio straordinario grazie ad un amico emigrato in quella parte dell'Africa.                                                                                                      

Lo propongo all'attenzione dei lettori perchè scuota la loro coscienza, come ha scosso la mia.

"...Bambini che rovistano tra i rifiuti di un'immensa discarica da cui perfino gli animali si tengono lontano, tale è il fetore che ne emana: questo è lo spettacolo che si presenta agli occhi di Padre Pedro quando, nel 1989, arriva a Antananarivo, la capitale del Madagascar..."Leggi

Sull’argomento si può leggere:
• Padre Pedro, Autobiografia di un ribelle. Ed. Paoline 2008, 16 euro 

giovedì 5 agosto 2010

La morale "fai da te"


"... Il disastro etico è sotto gli occhi di tutti. Quel che stupisce è la rassegnazione generale. La mancata indignazione della gente comune. Un sintomo da non trascurare. Vuol dire che il male non riguarda solo il ceto politico. Ha tracimato, colpendo l’intera società. Prevale la “morale fai da te”: è bene solo quello che conviene a me, al mio gruppo, ai miei affiliati. Il “bene comune” è uscito di scena, espressione ormai desueta. La stessa verità oggettiva è piegata a criteri di utilità, interessi e convenienza... "
Fonte: Famiglia Cristiana

venerdì 16 luglio 2010


Otto milioni di poveri in Italia. Le Acli: aiutare di più la famiglia

In Italia le famiglie povere sono 2 milioni e 657 mila, il 10,8% del totale. Complessivamente, sono 7 milioni e 810 mila le persone indigenti, il 13,1% dell'intera popolazione. CONTINUA

martedì 25 maggio 2010

Cattolici e politica
Cattocomunisti, cattofascisti, cattoleghisti

di Luigi Bettazzi
Era di moda, alcuni decenni fa, indicare come “cattocomunisti” i cattolici che, ponendosi dalla parte dei lavoratori, degli emarginati, dei più poveri, si trovavano schierati con i comunisti, ispirati da Karl Marx nella promozione del proletariato, cioè di coloro che, lavorando alle dipendenze di chi domina in forza del proprio “capitale”, di denaro o di beni, non poteva contrapporre che il capitale della propria prole.(...............)
Mi chiedo allora cosa si dovrebbe dire di movimenti, che magari si alleano alla Chiesa per motivi contingenti, ma che hanno radici in contrasto con l’universalità del messaggio cristiano e con la caratteristica dell’insegnamento di Gesù, che è quello di “amarsi come Lui ci ha amati”, amando anche i nemici, dedicandosi così agli altri, al di là dei propri interessi, donandosi fino a morire come Lui ha fatto. Continua....

sabato 13 marzo 2010

Comunicato vescovile sulle elezioni regionali

In data 22 febbraio 2010, i Vescovi della regione Emilia-Romagna hanno pubblicato un comunicato in vista delle elezioni regionali. Di seguito, il comunicato è riportato integralmente.<... È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l’attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell’espressione «valori non negoziabili».

"..... 2. Essi costituiscono patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno.
A questi valori anche ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell’ordine temporale e sociale.
Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato.

3. È questo complesso di beni che costituisce l’orizzonte immutabile di ogni giudizio e di ogni impegno cristiano nella società. Persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto di quei beni.
Perciò la coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l’attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana....."

lunedì 8 febbraio 2010

Chi sono i Santi? E gli Eroi? Sono tutti famosi?
Il vero problema è che di loro non se ne parla più o in modo distorto, siano essi famosi o no.
Oggi interessano, (meglio sarebbe dire: il Potere vuole che interessino, attraggano, possano affascinare) altri eroi o santi.
La TV nichilista ci propone solo quelli "venerati" ed osannati sull'isola dei Famosi e sulle tante altre "isole" create appositamente come loro altare. Una valanga giornaliera di immagini e personaggi frivoli, spesso immorali, quasi sempre prodotto da consumare e basta e poi via… “avanti un altro”.
Sono le "Isole" dei Media: Cine e TV, con fiction e talk-show, Internet, musica e sport, spettacoli ad ogni ora con attori e veline sempre più nude. Spopolano politici e soloni, tuttologi e paladini del nulla, al massimo qualche sostenitore di "madre-natura".
Tutti famosi sulle proprie isole di appartenenza o su quelle dove il dio-Denaro ha scelto di fare i propri investimenti economici o lanciare le proprie scelte ideologiche.
Così, tanto per cambiare, ancora una volta sono le giovani generazioni ad essere catturate nella rete e anch'essi spediti nel "paese dei balocchi", sull'isola del NULLA.
Ma c'è la crisi. Niente paura. I Famosi non ne soffrono.
I loro padroni lavorano con furbizia ed intelligenza e riescono a renderli ancora più famosi.
Sono il nuovo "oppio dei popoli", il miraggio più ambito per tanti giovani. Questi, non ancora famosi, cercano di apparire a qualsiasi prezzo. Allora si decide in banda di bruciare un povero barbone perché "non si sa cosa fare", o si riprende col telefonino ogni scabrosità, meglio se a scuola; tutto per dimostrare "talento e coraggio".
Dilaga l'immoralità culturale.
Nessuno tenta di porvi rimedio e chi ci prova incontra ostacoli spesso insormontabili.
Una crisi educativa che si tocca con mano, sia nella famiglia sia nella scuola. Le due linfe fondamentali per far crescere i nostri giovani sono spesso prive della giusta autorevolezza e in crisi d'identità.
                                                               
E' dunque ora che tutti gli educatori (e sono in molti quelli che ogni giorno faticano in questa loro missione) si facciano carico della loro grande responsabilità.
Educare è una vocazione, una necessità.
Fonte: www.samizdatonline.it

domenica 17 gennaio 2010

NEL SORRISO NASCE LA SPERANZA AD HAITI

Il bambino di due anni recuperato da sotto le macerie della sua casa a Port-au-Prince tra le persone salvate a quasi tre giorni dal devastante terremoto di Haiti. Il bambino, Redjeson Hausteen Claude, già assurto a simbolo della speranza nella città rasa al suolo dal sisma, è stato recuperato da un soccorritore spagnolo, che lo ha portato subito fra le braccia della madre, Daphnee Plaisin (Ap)

fonte: Corriere della Sera

lunedì 11 gennaio 2010


L’orrore dell’Uganda: allarme sacrifici umani 
«Mettono il cuore e il sangue dentro a piccoli contenitori, li posizionano sotto un albero e aspettano che gli spiriti arrivino a prenderseli» Ma dietro a tutto c’è anche il commercio clandestino degli organi: molti cadaveri sono privi di reni e fegato. Leggi
da Avvenire

lunedì 30 novembre 2009


Potrebbe essere lo sfogo di un padre qualunque.
La lettera che qui potete leggere, invece, è del direttore generale della Luiss.
Da la repubblica.it 
"Figlio mio, lascia questo Paese" 

Ethan Hawke e Winona Ryder in una scena del film Giovani, carini e disoccupati

lunedì 23 novembre 2009

In God We Trust: quando la religione è un’arma…vincente.

 


Nell'America pluralista il presidente parla alla nazione invocando un unico Dio: ma qual è la "vera religione americana"?

Ogni giorno nel pianeta circolano milioni di biglietti da un dollaro: per comprare il New York Times, un hot dog o pagare un taxi a Panama City. In God We Trust. Chi di voi ricorda questa frase stampata a caratteri cubitali su quella banconota? E chi di voi non ha mai sentito un Presidente degli Stati Uniti pronunciare la frase ‘God bless America’? La politica americana mette in piazza ogni giorno la religione, i suoi valori e i suoi simboli.
Ma sapreste dire di quale religione si parla? Obama è battista, George W. Bush è metodista, suo padre evangelico. Tutti protestanti? No, Kennedy era cattolico. Eppure, parlano tutti di Dio.
Nell’America pluralista, figlia di immigrati e ricca di immigrati, la massima carica dello Stato parla a tutta la Nazione invocando un unico Dio.
Robert Bellah definisce tutto questo religione civile: credenze, simboli e rituali condivisi dalla maggior parte degli americani a prescindere dalla fede di ciascun individuo, da Washington a Obama. E’ come se nella varietà delle religioni, la religione protestante, il cattolicesimo e l’ebraismo abbiano contribuito a creare un comune sentire, che insieme a valori più ‘terreni’ come la responsabilità personale, il senso civico e la coesione della comunità creano una dimensione religiosa trasversale ai gruppi etnici e alle singole denominazioni religiose.
Se qualcuno di voi chiedesse in questo momento agli americani se credono nella religione civile, la stragrande maggioranza di loro negherà la possibilità di aderire a più confessioni contemporaneamente, e soprattutto negherà la possibilità di fare della politica la propria religione.
Ma se leggeste i testi dei discorsi dei Presidenti, o vedeste le mani giunte del pubblico alla convention democratica in cui Barack Obama ha accettato la candidatura alla presidenza, potreste dimostrare il contrario. Gli americani si incontrano nella pubblica piazza e in famiglia, con frequenza periodica, per celebrare eventi della storia nazionale e le persone che hanno dato vita all’ “esperimento americano”, uno tra tutti il Giorno del Ringraziamento. Gli americani dichiarano di credere in un sistema di valori come la libertà e la democrazia, condannando chi non li condivide, come i vecchi regimi comunisti o l’Iraq di Saddam. Questo sistema è istituzionalizzato in un complesso coerente di norme e regole, la Costituzione e le sentenze della Corte Suprema.
Ebbene, quale differenza con una religione?
Questa è la tradizione americana: religione e politica come sfere attive nella sfera pubblica, parti dell’identità del cittadino, che sia esso indiano, afroamericano, ispanico, asiatico. Una società plurale e pluralista che tradizionalmente trova in un comune credo le basi dell’agire politico.
Tradizione e pluralismo. Tradizione è pluralismo.
Il confronto con l’Italia dei giorni nostri viene spontaneo. Il dibattito più recente si è aperto intorno al crocifisso affisso nelle aule delle scuole pubbliche: ci si chiede se il cattolicesimo, per storia e tradizione impiantato nella cultura italiana, possa essere un simbolo anche per tutti i ‘nuovi’ cittadini immigrati, per i credenti in altre religioni, e perché no, per i non credenti.
E’ possibile ammettere che in una società plurale, in cui convivono cerimonie e culti religiosi diversi, il simbolo del cattolicesimo possa essere ancora valido, coesivo, identificativo? E se così non fosse, come mantenere la tradizione pur concedendo la piena libertà di culto ai credenti in altre religioni?
Forse la soluzione è non aver paura. La soluzione è fare del pluralismo, e del pluralismo religioso, una carta viva e attiva. La soluzione è non fare del diverso un pericolo, dello straniero un nemico.

Fame: Roma discute, Chicago fa affari

Dal 16 al 18 novembre, i Paesi del mondo sono riuniti a Roma per l'ennesimo summit straordinario convocato dalla Fao sul tema della fame.
Mentre alla Fao si facevano grandi discorsi sulla sicurezza alimentare, mentre il Papa nel suo discorso denunciava lo scandalo della speculazione sui prezzi dei cereali, qualcun altro agiva. Ieri, 16 novembre 2009, il contratto future sul prezzo del grano con scadenza marzo 2010 alla Borsa di Chicago ha guadagnato il 2,90 per cento. Chi ha acquistato questo titolo il 1° ottobre 2009, cinquanta giorni dopo ha ottenuto un rendimento del 18 per cento.  Continua


DIRITTI NEGATI
 I DRAMMI DELLE «BRUCIATE»

 L’UNICO MODO PER RIBELLARMI A MIO MARITO, CHE SI DROGAVA E MI PICCHIAVA »
Hanan è completamente immobilizzata dalle bende che proteggono quel che resta del suo corpo martoriato. Ma riesce a parlare, a farsi capire. Vuole spiegare i motivi del suo gesto. « « Mi picchiavano, mi umiliavano, continuamente. Non ho trovato altro modo per ribellarmi » . Accanto a lei, Hanifa, 20 anni: « Mi sono sposata a sette anni. Mio marito è un tossicodipendente: ha reso la nostra vita un inferno. Gli ho detto che se non avesse smesso, a me non sarebbe rimasta altra scelta che suicidarmi. Non ha smesso e mi sono data fuoco » .
  «MI SONO SPOSATA A DIECI ANNI.
  LA FAMIGLIA HA INIZIATO A TRATTARMI COME UNA SCHIAVA»

 Distesa sul lettino, avvolta in un camice blu, il viso piccolo che spunta da una grossa cuffia protettiva, Reaza Gul, 11 anni, si tormenta la mano fasciata. È solo una bambina, ma ha già conosciuto il peggio. « Avevo dieci anni quando mi sono sposata – racconta –. E subito sono cominciate le botte. I parenti di mio marito hanno iniziato a trattarmi come una schiava: mi minacciavano e mi picchiavano praticamente tutti i giorni. Non c’era nessuno ad aiutarmi. Ero isolata e non sapevo cosa fare. Non mi è sembrato di aver altra scelta che darmi fuoco per uccidermi » .
  « L’ 80 PER CENTO DELLE AFGHANE SONO ANALFABETE: NON CONOSCONO LE LEGGI CHE LE TUTELANO » .
 « Qui abbiamo avuto nove casi di “ khod- soozi”, la pratica, purtroppo piuttosto diffusa in Afghanistan, per cui le donne si danno fuoco per ribellarsi a una situazione insostenibile » . Mohammad Aref Jalali è il medico che cura i casi di “ self- burning” nell’ospedale di Herat ( ovest del Paese). Si aggira tra i letti dove le pazienti giacciono immobilizzate, avvolte nelle bende. « Quest’anno – racconta – abbiamo potuto registrare una leggera flessione nei casi di “ self­burning” rispetto al 2008: qualche donna, dopo gli infiniti maltrattamenti, ha trovato il coraggio di divorziare. Ma l’ 80 per cento delle afghane sono analfabete e non sanno nemmeno dell’esistenza di leggi che consentono di porre fine alla tortura quotidiana cui sono sottoposte. Disperate, si danno fuoco. Quando diventano vittima di violenza domestica, non hanno alcuna rete di protezione intorno a loro. Non sanno cosa fare. E darsi fuoco sembra loro l’unica soluzione possibile » .Da Avvenire 21/11/09
 




domenica 22 novembre 2009





LA COSTITUZIONE A SCUOLA

Quella tavola di valori mura della casa comune
GIUSEPPE DALLA TORRE
 Si dibatte in questi giorni, con diverse valutazioni, sull’introduzione nelle scuole italiane di un insegnamento sulla Costituzione e la cittadinanza. Qualcuno teme l’introduzione di una sorta di 'catechismo laico'; altri pensa che sia inutile un insegnamento del genere, in una scuola che è propriamente a servizio della formazione culturale delle più giovani generazioni.
  Al riguardo mi sembra che ci si dovrebbe innanzitutto porre il problema se la scuola sia chiamata solo a formare, quindi a fornire un’istruzione che porti competenze culturali ed anche – in certe scuole – professionali, o debba mirare pure all’educazione della persona.
  Personalmente ritengo che l’educazione non possa essere esclusa dai compiti della scuola; soprattutto l’educazione al vivere sociale, alle ragioni dello stare insieme, ai valori che ci accomunano nonostante le diversità che ci distinguono e ci potrebbero dividere, al perché incombono su tutti i consociati doveri – che la nostra Costituzione all’art. 2 definisce come «inderogabili» – di solidarietà. «L’Italia è fatta, facciamo gli italiani»: così, come noto, Massimo D’Azeglio in relazione al compimento del processo di unificazione nazionale; si tratta di un compito che è stato molto benemeritamente assolto dalla scuola. Ma ognun vede come si tratti di un compito mai conchiuso definitivamente; come ogni nuova generazione debba essere educata alla cittadinanza; ed ancor più come oggi, dinanzi all’imponente fenomeno immigratorio, questo compito appaia necessario ed urgente rispetto ai piccoli immigrati chiamati a divenire cittadini italiani.
Ma educare a quali valori?  Qui il problema diventa più complesso, perché siamo ormai una società pluralista da questo punto di vista. In passato le comunità politiche, in quanto aggregazioni sociali con fini politici i cui membri sono legati da vincoli comuni, hanno trovato il punto di aggregazione nella etnia, nella religione, nell’idea di nazione, in una condivisa ideologia.
  Ma in una società pluralista, dove i fattori comuni sono via via venuti meno, dove trovare il collante che tiene insieme le diversità? E d’altra parte il collante è necessario, pena la disgregazione sociale, il venir meno del senso di appartenenza e l’affievolirsi fino allo scomparire dei vincoli di solidarietà.
  È qui che entra in gioco la Costituzione che, prima di essere l’insieme delle regole fondamentali che organizzano e disciplinano la vita democratica, raccoglie la tavola di valori sulla quale gli italiani hanno convenuto di fondare la propria convivenza. Insomma: i valori costituzionali sono - per usare l’espressione di un pensatore che larga incidenza ha avuto sulla formazione della nostra Carta fondamentale, cioè Maritain – il «credo umano comune» che tiene insieme una società pluralista. Beninteso: la Costituzione si può cambiare. Ma fin tanto che non viene modificata, con l’apporto di tutti, rimane come le mura della casa comune, all’interno delle quali – ma non contro le quali – le diversità di posizioni sono legittime.
  Dunque, se la scuola è chiamata a educare alla cittadinanza, la scuola di uno Stato democratico e laico qual è il nostro non può che educare ai valori per definizione condivisi, quali sono, appunto, quelli contenuti nella Costituzione. Del resto: se la Costituzione non si insegna a scuola, dove la si imparerà a conoscere? Dovrà rimanere monopolio delle conoscenze dei soli giovani che, specie in Università, affronteranno studi giuridici?
 In uno Stato democratico non si può che educare ai valori condivisi
Avvenire 17/11/2009 

sabato 21 novembre 2009


A chi dà fastidio il Crocifisso?


Mons, Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia ha rilasciato la seguente intervista.
R. - A me pare che si parta da un presupposto che, a mio avviso, è di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente. Anche perché la laicità non è l’assenza di simboli religiosi, semmai la capacità di accoglierli e di sostenerli. Di fronte al vuoto etico, morale, che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi, pensare di venire in loro aiuto, come dire, facendo tabula rasa di tutto mi pare davvero miope, anche perché presuppone una concezione di una cultura che è libera solo nella misura in cui non ha nulla, o che ha solo ciò che resta sradicato da ogni storia, da ogni tradizione, da ogni patrimonio. Tanto più che le nostre piazze, le nostre strade sono stracolme di Crocefissi. Io non credo ci sia nessuno che pretenda di distruggere i simboli religiosi nelle piazze, nelle strade, nei crocicchi perché ledono la libertà di religione di qualcuno. Preferisco allora quella civiltà mediterranea che vedeva nelle città, e ancora oggi l’abbiamo, la presenza di simboli, di segni di altre religioni. Quando Paolo VI ebbe qualche difficoltà quando si trattò di costruire una moschea a Roma, disse: “E’ un grande segno di civiltà”.

D. - Mons. Paglia esposizione di un Crocefisso in una stanza, in una scuola pubblica può essere considerata un’imposizione?

R. - Io non vedrei questo. Credo che la grande battaglia che noi dobbiamo fare è che la Croce mostra, come dire, l’umiliazione da cui ancora oggi tanti giusti, tanti poveri vengono schiacciati: è un ricordo di cosa accade all’uomo quando la giustizia non viene rispettata e semmai qui emerge un valore di gratuità, quella gratuità di cui tutti abbiamo bisogno a qualsiasi fede apparteniamo. In questo senso, c’è una dimensione anche di peso culturale ed educativo che io credo sia davvero irresponsabile voler cancellare.

D. - Il fatto, eccellenza, che in precedenza c’erano stati altri ricorsi presso i tribunali italiani - rifiutati con l’idea che il Crocefisso non fosse solo un simbolo religioso, ma il simbolo di un’identità culturale - e il fatto che invece poi l’Europa abbia dato spazio a questa richiesta significa che, in futuro, nel più ampio contesto europeo verranno meno certe identità specifiche, che in Italia sono più radicate?

R. - Il Crocefisso è anche, ovviamente, un segno di un’identità. Ma, a mio avviso, è anche un segno di un’universalità di cui abbiamo bisogno: cioè, di un amore che non conosce confini, di un amore che è disposto a dare la propria vita anche per gli altri, persino per i propri nemici. Di questo abbiamo bisogno tutti, ecco perché io in qualche modo lo sosterrei. Mi sta stretta, troppo stretta la polemica condotta in questo modo, perché alla fine il problema è tutto ideologico e nient’affatto storico, concreto e culturale. Ed ecco perché, guardando in maniera ravvicinata, in Italia la cosa è stata abbondantemente superata senza che creasse problemi particolari.