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lunedì 7 giugno 2010

QUANDO LA TEOLOGIA SI FA ASSALIRE DALLA REALTA'
La parola “transustanziazione” è quasi scomparsa dal vocabolario cristiano. Eppure c’è una festa cattolica, quella del “Corpus Domini” di pochi giorni fa, che nasce proprio da lì, dalle controversie attorno alla “presenza reale” di Gesù nel pane e nel vino eucaristici, dai dubbi di un sacerdote boemo mentre celebrava la messa a Bolsena, dal miracolo che l’ha riportato alla fede, da quell’altro miracolo che fu il duomo di Orvieto costruito per custodire il corporale insanguinato dall’ostia.
Francesco Arzillo, magistrato amministrativo di Roma molto ferrato in filosofia e teologia, ci invia questa sua riflessione sul concetto di “sostanza” applicato all’eucaristia:
LA “SOSTANZA” DEL MISTERO continua
in http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/

domenica 21 febbraio 2010

Che cos'è essere cristiano? Hans Küng (2009)
“Qual è la caratteristica essenziale del cristianesimo? Per riassumere al massimo, direi che è Gesù
Cristo stesso. È l'incarnazione viva e decisiva, la sua causa, la sua vera misura. Incarna un modo
totalmente nuovo di vivere, un nuovo stile di vita. Ci propone, a noi uomini moderni, un modo di
vedere le cose e un modello di pratica unici, anche se noi possiamo evidentemente applicarli in
modi molto diversi. Con tutta la sua persona, lui è invito, richiamo, provocazione. Chiede a tutti,
individui e società, di riorientarsi concretamente, di cambiare atteggiamento scoprendo nuove
motivazioni, nuove disposizioni, un nuovo orizzonte di senso ed un nuovo destino.
Chi allora è cristiano? Non è semplicemente l'uomo che conduce correttamente la sua vita sociale o
anche religiosa. Certo bisogna legare interiorità cristiana e apertura al mondo, ma anche il non
cristiano può essere umano, sociale e autenticamente religioso. È cristiano colui che cerca di vivere
la sua umanità, le sue relazioni sociali e la sua vita religiosa a partire da Cristo, secondo il suo
spirito, secondo la sua misura, né più né meno.” continua

domenica 13 dicembre 2009

Come nominare questo Dio oggi, come narrare di Lui comunicando questo Dio vivo all’uomo reale?" Nell’ottica cristiana "Dio è Colui che viene nel mondo e perciò si distingue da esso senza che questo escluda la possibilità di coglierlo come familiare”. Per parlare di Dio "si deve azzardare l’ipotesi che sia Dio stesso ad abilitare l’uomo a divenirgli familiare. La fede cristiana vive anche dell’esperienza di Dio che si è fatto conoscere e si è reso familiare". È necessario stabilire prima la familiarità con Dio perché Dio sia conosciuto. Allora "Dio è una scoperta, che insegna a vedere tutto con occhi nuovi".
Card. Angelo Scola
“Con Lui o senza di Lui cambia tutto”. Monsignor Rino Fisichella, Presidente della Pontifica Accademia per la vita e Rettore della Pontificia Università Lateranense, ha terminato la sua relazione con il sottotitolo del Convegno internazionale promosso dal Comitato per il progetto culturale della Cei. ... All'interno l'intervento integrale

"Se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente, manca la bussola per mostrare l’insieme di tutte le relazioni per trovare la strada, l’orientamento dove andare. Dio! Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente."Benedetto XVI

giovedì 5 novembre 2009

LA TENTAZIONE DELL’ATEISMO
C’è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio. "Ecco il senso della fede e la difficoltà di seguirlo sino in fondo" Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l'invocazione, che mi pare sia di San Francesco d'Assisi, «mio Dio è mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell'eucarestia. Dunque c'era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l'una con l'altra: l'una più misteriosa, attinente a colui che è l'inconoscibile, l'altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po' impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l'una e l'altra, viviamo in bilico (...). Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull'uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D'altra parte il fatto stesso che si parli di «credere » e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l'uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c'è stata, c'è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (...). È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch'io l'ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso. Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l'amato del mio cuore. L'ho cercato ma non l'ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l'amato del mio cuore...» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l'ho trovato», ci poniamo il problema dell'ateismo o meglio dell'ignoranza su Dio. Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c'è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l'iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c'è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive (...). L'adesione a Dio comporta un'atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento. [Photo] Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa». Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. Lo si è chiamato ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo... Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, mai ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C'è quindi un'esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l'opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio. D'altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza dell'essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. È una realtà che si protende verso l'altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l'essere di Dio come essere per altri: è l'essere di Colui che si dona e perdona. Carlo Maria Martini
Corriere, 16 novembre 2007 
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lunedì 5 ottobre 2009


“Importante è che il cristianesimo non è una somma di idee, una filosofia, una teoria, ma è un modo di vivere, è carità, è amore. Solo così diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità, se è carità. Il nostro Dio è da una parte 'Logos', Ragione eterna, ma questa Ragione è anche Amore. Non è fredda matematica che costruisce l’universo: questa Ragione eterna è fuoco, è carità. Già in noi stessi dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità”.

sabato 22 agosto 2009



Progetto interdisciplinare su San Paolo

I seguenti lavori sono stati realizzati dagli alunni di quinta ginnasio ed esposti al Vescovo Mons. Felice di Molfetta il 4 aprile 2009, al termine di una lunga ricerca interdisciplinare.
I Viaggi
San Paolo e il mondo classico
Tratti della vita
San Paolo nell'arte
Teologia paolina

domenica 28 giugno 2009



Perché questa malattia a me?

Perché questa malattia a me? È colpa dei miei peccati o è un castigo di Dio per colpe che ignoriamo?
Sono un medico di 43 anni e da 6 sono affetta da morbo di Parkinson. Sposata, ho un bimbo di 8 anni. È stato molto difficile rinunciare alla mia vita precedente, in particolare all’attività clinica a contatto con ammalati di gravi patologie. Ho visto decine di persone affrontare con dignità lunghi percorsi di sofferenza per poi morire sereni nella grazia di Dio. Non bisogna mai perdere la speranza e mai lasciarsi sopraffare dal panico. Mi è capitato spesso di svegliarmi nel corso della notte pensando a cosa succederà quando sarò morta. Solo da poco ho capito che l’aiuto dell’amore e di Dio può aiutarti ad affrontare il percorso difficile della vita.
Antonella Di Mario Roma
Amo la vita, sono felice, amo mia moglie, ho un lavoro che mi piace, credo in Dio, vivo intensamente le giornate, amo le cose belle e la natura, mi accontento di ciò che ho, chiedo sempre perdono dei miei peccati. Quando sono solo penso al mistero della vita e della morte fino al punto in cui mai la mente può arrivare, poi penso a Dio. Rimango sempre pieno di paura. Non sono pronto per morire?
Ferdinando Galli Casalbuttano (Cremona)
Due notizie che, apparentemente, non hanno nulla in comune, occupano Tv e giornali: la scomparsa di un aereo dell’Air France e la minaccia dell’atomica da parte della Corea del Nord. Nostra sorella morte, come la chiamava San Francesco, si acquatta ad ogni angolo. Chi scrive è un novantenne che ha moglie con l’Alzheimer da 15 anni e da un anno a letto tracheotomizzata e gastrotomizzata, e un figlio di 62 anni con atrofia spino cerebellare, tracheotomizzato e colostomizzato. Un santo diceva: «De morte subita et improvisa libere nos Domine». Direi il contrario: «Mortem subitam et improvisam concedat nobis Domine».
Mario Spallicci San Paolo del Brasile
Un argomento che non può mancare in una simile corrispondenza è la malattia. Interessa un po’ tutti, direttamente o indirettamente, e suscita molte e gravi questioni: perché la malattia, e perché questa malattia a me? è colpa dei miei peccati e/o delle mie trascuratezze (fumo, alcool ecc.) o è un castigo misterioso di Dio per colpe che ignoriamo, oppure è nulla di tutto questo? E poi: non è ingiusto Dio nel mandare malattie, soprattutto a coloro che più devotamente lo hanno servito? perché tanta sofferenza soprattutto con persone innocenti? perché Gesù ha guarito i malati? perché Gesù non ha risanato tutti i malati del suo tempo? E inoltre: possiamo aver fede nei racconti di guarigione di Gesù riferiti dai Vangeli? esistono ancora oggi fenomeni di guarigione «miracolosa»? e come comportarsi per trarre frutto dalla malattia e non lasciarsi prendere dal pessimismo o dalla disperazione? ecc. ecc. Un grave errore sarebbe certamente quello di cercare risposte solo razionali a un fenomeno che razionale non è, oppure trascurare il Maestro interiore. Quanto all’origine della malattia da peccati palesi o nascosti, Gesù ha atteggiamenti diversificati, a seconda delle persone. Ai discepoli che lo interrogano sul cieco nato, se ha peccato lui o i suoi genitori, risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Giovanni 9,3). Ma al paralitico guarito a Gerusalemme dice: «Ecco che sei guarito: non peccare più». (Giovanni 5,14). In ogni caso parecchie delle lettere che ricevo mi sono di esempio e di aiuto nel superare le difficoltà dovute al morbo di Parkinson. Citerò, tra le altre, due che mi sono state di vera consolazione. Mostrano che non è tanto «trovando le ragioni» della propria malattia, ma cercando di «farsene una ragione», traendone l’impulso ad aiutare anche altri, che si può superare l’inevitabile depressione che accompagna ogni coscienza di malattia un po’ grave. Antonella Di Mario, ti ringrazio per quanto mi scrivi. Sono anch’io convinto che l’amore di Dio è una grande forza soprattutto per il momento della morte. Talvolta mi sveglio di notte con la sensazione della morte vicina, specialmente quando il respiro sembra mancare. Le tue parole mi danno conforto e mi aiutano a guardare con fiducia a ciò che succederà. Fernando Galli, noi non siamo mai abbastanza pronti per morire. Anch’io non so se in quel momento rimarrò in pace o sarò tentato di ribellarmi a Dio e al destino. Ma mi affido al Padre, che guida ogni istante della mia vita, quindi anche quello della morte, e confido in Gesù che morì dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Vangelo secondo Luca 23,40). Mario Spallicci, partecipo vivamente delle tue grandi sofferenze. Sì, è vero, possiamo anche pregare per una morte subitanea ed improvvisa. Ma l’essenziale è che guardiamo a queste cose con la fiducia di un bambino che si nasconde nel grembo della madre. Perché abbiamo in Dio un padre e una madre, e in Maria madre di Gesù abbiamo anche l’espressione visibile di questo amore.
Fonte: Corriere della sera

mercoledì 13 maggio 2009

Lettera ai cercatori di Dio

Questa “Lettera ai cercatori di Dio” è stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa. Il Consiglio Episcopale Permanente ne ha approvato la pubblicazione nella sessione del 22-25 settembre 2008.

Frutto di un lavoro collegiale che ha coinvolto vescovi, teologi, pastoralisti, catecheti ed esperti nella comunicazione, la Lettera si rivolge ai “cercatori di Dio”, a tutti coloro, cioè, che sono alla ricerca del volto del Dio vivente. Lo sono i credenti, che crescono nella conoscenza della fede proprio a partire da domande sempre nuove, e quanti - pur non credendo - avvertono la profondità degli interrogativi su Dio e sulle cose ultime. La Lettera vorrebbe suscitare attenzione e interesse anche in chi non si sente in ricerca, nel pieno rispetto della coscienza di ciascuno, con amicizia e simpatia verso tutti.

Il testo parte da alcune domande che ci sembrano diffuse nel vissuto di molti, per poi proporre l’annuncio cristiano e rispondere alla richiesta: dove e come incontrare il Dio di Gesù Cristo? Ovviamente, la Lettera non intende dire tutto: essa vuole piuttosto suggerire, evocare, attrarre a un successivo approfondimento, per il quale si rimanda a strumenti più adatti e completi, fra cui spiccano il Catechismo della Chiesa Cattolica e i Catechismi della Conferenza Episcopale Italiana.

La Commissione Episcopale si augura che la Lettera possa raggiungere tanti e suscitare reazioni, risposte, nuove domande, che aiutino ciascuno a interrogarsi sul Dio di Gesù Cristo e a lasciarsi interrogare da Lui. Affida perciò al Signore queste pagine e chi le leggerà, perché sia Lui a farne strumento della Sua grazia.

Bruno Forte

Arcivescovo di Chieti-Vasto

Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi


Roma, 12 aprile 2009, Pasqua di Risurrezione

giovedì 7 maggio 2009


Martini: così vedo inferno e paradiso

Il Dio che ha fatto suoi il tempo e la morte, ha dato a noi la sua vita, nel tempo e per l’eternità. La Pasqua del Signore rivela la solidarietà del Dio vivente alla no­stra condizione di abitatori del tempo, e insieme ci dà la garanzia di essere chiamati a divenire gli a­bitatori dell’eternità. Nella risur­rezione di Cristo ci è promessa la vita, così come nella sua morte ci era assicurata la vicinanza fedele di Dio al dolore e alla morte. La Pasqua è l’evento divino nel qua­le ci è rivelata e promessa la de­stinazione del tempo al suo felice compimento nella comunione in Dio. Lo spazio temporale che sta tra l’a­scensione e il ritorno di Cristo nel­la gloria appare così come un e­stendersi del mistero pasquale al­l’intera vicenda umana: nella sof­ferenza e nella morte, che ancora caratterizzano la nostra storia, si fa presente la sofferenza della cro­ce, perché la vita del Risorto sia pregustata da chi con Cristo per­corre il suo esodo pasquale. L’in­tera vita del cristiano è un pelle­grinaggio di morte e risurrezione continua, vissute con Cristo e in Cristo nello Spirito, portando an­zi Cristo in noi, « speranza della gloria».

Vigilare è accettare il continuo morire e risorgere quale legge del­la vita cristiana; le condizioni del­la vigilanza evangelica non sono dunque la stasi o la nostalgia, ben­sì la perenne novità di vita e l’al­leanza celebrata sempre nuova­mente col Signore Gesù che è ve­nuto e che viene. Nella luce dell’evento pa­squale si coglie allora il pieno significato cristiano della morte fisica, ultima vicenda visibile della no­stra esistenza. La morte è evento pasquale, segnato contemporaneamente dall’abbandono e dalla co­munione col Crocifisso ri­sorto. Come Gesù abban­donato sulla croce, ogni morente sperimenta la solitudine dell’istante supremo e la lacera­zione dolorosa; si muore soli! Tut­tavia, come Gesù, chi muore in Dio si sa accolto dalle braccia del Padre che, nello Spirito, colma l’a­bisso della distanza e fa nascere l’eterna comunione della vita. Per­ciò, per la grande tradizione cri­stiana la morte è dies natalis, gior­no della nascita in Dio, dell’usci­re dal grembo oscuro della Trinità creatrice e redentrice per con­templare svelatamente il volto di Dio, in unione col Figlio, nel vin­colo dello Spirito Santo.

Tutto ciò che segue alla mor­te viene letto dalla fede nel­la luce dell’evento pasquale di Gesù. Il giudizio è l’incontro con lui che raggiunge la persona col suo sguardo penetrante e creato­re e la porta alla piena conoscen­za della verità su se stessa davan­ti all’eterna verità di Dio. La sua vigilante anticipazione avviene nel confronto della coscienza con la Parola, nella celebrazione del sacramento, in particolare della ri­conciliazione, nell’incontro con il fratello bisognoso di aiuto. L’inferno è la condizione insop­portabilmente dolorosa della se­parazione da Cristo, dell’esclusio­ne eterna dal dialogo dell’amore divino; possibilità tragica e però necessaria se si vuol prendere sul serio la libertà che Dio ha dato al­l’uomo di accettarlo o di rifiutar­lo. L’inferno, in quanto possibilità radicale, evidenzia la dignità su­prema della vita umana, il valore sommo della vigilanza e la tragi­cità del male; proprio per questo e in tutto questo evidenzia l’amo­re del Dio che, creandoci senza di noi, non ci salverà senza di noi. E­gli, infatti, che ci ha amati quan­do ancora eravamo peccatori, ri­marrà separato da noi solo se noi ci ostineremo nell’essere separati da lui. Il purgatorio è lo spazio della vigi­lanza esteso misericordiosamen­te e misteriosamente al tempo do­po la morte; è un partecipare alla passione di Cristo per l’ultima pu­rificazione che consentirà di en­trare con lui nella gloria.

La fede nel Dio che ha fatto sua la nostra storia è il vero fondamento del cre­dere a una storia ancora possibile al di là della morte, per chi non è cresciuto quanto avrebbe potuto e dovuto nella conoscenza di Ge­sù. L’anticipazione di tale spazio è il tempo dedicato alla cura della finezza dello spirito che si nutre di sobrietà, distacco, onestà intel­lettuale, frequenti esami di co­scienza, trasparenza del cuore, u­nificazione della vita sotto la regia della sapienza evangelica: come pure dell’ascesi e della purifica­zione necessarie per fortificarci nella tentazione, scioglierci dall’i­nerzia delle nostre colpe e libe­rarci dall’opacità delle nostre abi­tudini cattive. Il paradiso è l’essere eternamente col Signore, nella beatitudine del­l’amore senza fine: «Oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). La pa­rola del Crocifisso al ladrone pen­tito è la rivelazione di ciò che il pa­radiso è: un « essere con Cristo » , un vivere eternamente in lui il dia­logo dell’amore col Padre nello Spirito Santo. Questa relazione con il Signore, di una ricchezza per noi inimmaginabile, è il principio essenziale, il fondamento stesso di ogni beatitudine dell’esistere.

La vigilanza si esercita nell’antici­pazione della gioia dell’incontro con il Signore e nella letizia della comunione fraterna vissuta con tutti coloro che ne condividono il desiderio. La figura di tale anticipazione è così profonda e delicata da farci comprendere l’importanza della vita contemplativa, pur se la so­stanza dell’anticipazione appar­tiene a ogni vita di fede, sollecita­ta a diventare esperienza vissuta nella confidenza con il Signore e nella fiducia della sua tenera cu­ra. La spiritualità del Cantico dei cantici - lo insegna una tradizio­ne spirituale costante e sempre rinnovata del cristianesimo - è dunque una dimensione vitale della nostra relazione quotidiana con Dio; è il tempo dell’innamo­ramento, destinato a consumarsi nell’esuberanza dell’amore, da coltivare, custodire, impreziosire nell’intimità di un dialogo che rag­giunge le fibre più sensibili del no­stro essere.

Infine, nella luce della risurre­zione di Gesù possiamo intui­re qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. In essa l’essere con Cristo si estenderà ad abbracciare la pienezza della per­sona e la globalità dell’esperienza umana anche nella sua dimensio­ne corporea, così come la risurre­zione del Crocifisso nella carne ha portato nella vita eterna la carne del nostro tempo mortale, fatta propria dal Figlio di Dio. L’antici­pazione vigilante della risurrezio­ne finale è in ogni bellezza, in o­gni letizia, in ogni profondità del­la gioia che raggiunge anche il cor­po e le cose, condotte alla loro de­stinazione propria, che è quella delle opere dell’amore. Non dobbiamo dimenticare che il cristianesimo, con alterne vicen­de, ha condotto una dura batta­glia per respingere l’impulso al di­sprezzo del corpo e della materia in favore di una malintesa esalta­zione dell’anima e dello spirito. L’esaltazione dello spirito nel di­sprezzo del corpo, come l’esalta­zione del corpo nel disprezzo del­lo spirito, sono di fatto il seme ma­ligno di una divisione dell’uomo che la grazia incoraggia a com­battere e a sconfiggere.

La vigi­lanza consiste nell’esercizio quo­tidiano dei sensi spirituali, ossia degli stessi sentimenti che furono di Gesù, nella coltivazione della sapienza evangelica che unifica l’esperienza e ci consente di ap­prezzare i legami fini e profondi del corpo con lo spirito. In tal mo­do possiamo custodire fin d’ora, in attesa che si compia la pro­messa della risurrezione della car­ne, il piacere della libertà del cor­po da tutto ciò che è falso e ottu­so, laido e volgare, avido e violen­to. La fede nella risurrezione finale ci aiuta quindi a valorizzare e ama­re il tempo presente e la terra. La vigilanza cristiana, illuminata dal­l’orizzonte ultimo, non è fuga dal mondo, bensì capacità di vivere la fedeltà alla terra e al tempo pre­sente nella fedeltà al cielo e al mondo che deve venire. Nella lu­ce della Pasqua, i novissimi - mor­te, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso e risurrezione finale del­la carne - sono tutte forme del­l’essere con Cristo, che è promes­so e donato all’abitatore del tem­po e si configura a seconda del rapporto che, nella vigilanza o nel rifiuto, si stabilisce tra ogni perso­na umana e il Signore Gesù. (illustrazione: L’inferno secondo il celebre affresco di Luca Signorelli in una cappella del Duomo di Orvieto)

Carlo Maria Martini

fonte: Avvenire, 13.02.2009

martedì 21 aprile 2009




"Non tento, Signore, di penetrare la tua profondità, perché non posso neppure da lontano mettere a confronto con essa il mio intelletto; ma desidero intendere, almeno fino a un certo punto, la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di capire per credere, ma credo per capire".
Dal "Proslogion" di Sant'Anselmo di Aosta (1033-1109)

lunedì 23 marzo 2009


POVERO GIUDA!

La riflessione è di don Primo Mazzolari

fatta il Giovedì Santo del 1958 a Bozzolo


"Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: "Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!"

Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro.

Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa!

Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: "Satana lo ha occupato". Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: "State svegli e pregate per non entrare in tentazione".

E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.

C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari?

Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto. Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento.

C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: "Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo".

Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui.

Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: "Muore l’uno e muore l’altro". Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti.

Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia.

E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico.

La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici".

venerdì 20 marzo 2009

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Proviamo a confrontarci con l'amore secondo Paolo

venerdì 13 marzo 2009


Così risorgeremo!

«Dio nella sua onnipo­tenza restituirà defini­tivamente la vita in­corruttibile ai nostri corpi riunen­doli alle nostre anime, in forza del­la risurrezione di Gesù». Così il Ca­techismo della Chiesa Cattolica ri­badisce la verità dogmatica della ri­surrezione della carne.
Adrea Galli su Avvenire del 13 Marzo 2009 espone le opinioni di alcuni teologi sulle sem­bianze e le qualità dei nostri corpi risorti.