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giovedì 21 ottobre 2010

RAIMON PANIKKAR
Sacerdote, filosofo, teologo, professore in India, a Madrid, a Roma, ad Harvard..., profondo conoscitore delle religioni che ha vissuto dal di dentro. Ha scritto numerose opere sul dialogo intrareligioso. Si è spento il 27 agosto all'età di 91 anni.


L’Etica del Dialogo (presentazione)


Primo: l’altro esiste "per" ciascuno di noi. E l’altro è il musulmano, l’altro è l’emarginato, l’altro è il marito, l’altro è il bambino, il mondo ecc. Una specie di superamento inconscio del solipsismo.

Secondo: l’altro esiste come soggetto e non soltanto come oggetto. Esiste a sé stante e non mi ha chiesto il permesso di esistere. Neanche la pietra, gli alberi, gli animali. In altre parole: non si possono trasformare le pietre in pane.

Terzo: l’altro non è oggetto di conquista, di conversione, di studi: è (s)oggetto con diritti propri, con lo stesso diritto di interpellarmi, di interrogarmi, che ho io. La relazione è, quindi, biunivoca: il dialogo è dialogo perché non è monologo. Non è soltanto domandare, ma lasciarsi anche interpellare. Per questo c’è una necessità di ascolto, di umiltà, di uguaglianza.

Quarto: anche se io penso che l’altro (e l’altro può essere un sistema religioso o culturale) sbaglia, devo entrare in contatto con lui, altrimenti non c’è dialogo e senza dialogo non c’è pace.

Quinto: la disposizione a dialogare è il principio etico supremo. Se ci si nega al dialogo, si finisce con il divorzio, con la guerra, con la bancarotta, con il disastro.

Sesto: il dialogo deve essere totale. Come dicono gli inglesi: non c’è niente di "non-negocial". Tutto deve essere messo sul tappeto, altrimenti non è dialogo dialogale, non è dialogo umano, è dialogo diplomatico. Si mira a vincere.

Settimo: l’etica è collegata al politico, dipende dal religioso ed è frutto di una cultura.
Tutto ciò relativizza l’etica, ma la rende concreta ed efficace.

Ottavo: l’etica scaturisce dal dialogo religioso e allo stesso tempo ne è la sua causa. È un circolo vitale come tutte le cose ultime.

Nono: nessuno ha il diritto di promulgare un’etica. L’etica non si promulga. Si scopre. E si scopre nel dialogo.
Inoltre in un contesto mondiale qual è quello di oggi a nessuno viene riconosciuto il diritto di promulgare un’etica universale ed assoluta.

Decimo: l’etica contemporanea deve confrontarsi con un "novum" che non si era mai verificato nella storia: il "novum" di tanta gente che muore di fame, di sete, di stenti, di violenza. E che attende una redenzione concreta: non annuncio di principî etici, ma un comportamento operativamente salvifico, purificato di ogni pretesa messianica".

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/raimonpanikkar/eticacond.htm

lunedì 25 gennaio 2010

«La fede dell'Ebraismo e la fede del cristianesimo
sono, nel loro rispettivo genere, differenti...
e lo rimarranno fino a che il genere umano
non verrà radunato dall'esilio delle "religioni"
nel Regno di Dio.
Ma un Israele e un Cristianesimo che si sforzassero
di rinnovare la propria fede...
avrebbero da dirsi l'un l'altro cose che non si sono mai detti e da prestarsi l'un l'altro un aiuto che oggi è appena immaginabile.» MartinBuber

mercoledì 23 dicembre 2009

L’albero di Natale? Cristiano, non pagano
«Se oggi interroghiamo un cristiano o un non cristiano sull’origine dell’albero di Natale, nella stragrande maggioranza dei casi riceviamo la risposta che si tratta di un’antica usanza pagana. In effetti tale spiegazione non è del tutto errata. Tuttavia essa non rende giustizia alla situazione di fatto, poiché è vera solo in uno stadio iniziale, non per l’attuale abete decorato».
Così Oscar Cullmann (teologo luterano che fu «osservatore» al Vaticano II) in un passo del librettino All’origine della festa del Natale. Logico partire da questa insospettabile fonte per una «riabilitazione» cattolica dell’abete natalizio in un’epoca nella quale – complice un certo uso «polemico» del presepe – forse non risulta inutile sottolineare con più obiettività i chiaroscuri natalizi.

L’abete «pagano» o «laico», magari «celtico»? Vero, però parziale. Precisa infatti Cullmann: «Solo la primissima forma cristiana è in rapporto con i riti pagani: da un lato col primordiale culto degli alberi, dall’altro con l’antica celebrazione del solstizio d’inverno». In effetti, l’albero è uno dei simboli più ricchi di significati nella storia e nella mitologia di tutti i popoli: immagine naturale di grandiosità e di mistero venerata come immagine o sede degli dei, simbolo della rigenerazione periodica della vita (la latifoglia) ovvero dell’immortalità (il sempreverde), comunque della vita; «asse del mondo» che attraverso le radici fissate al suolo collega la terra al cielo cui protende le chiome (e viceversa unisce il cielo alla terra)...
Persino Joseph Ratzinger, in un testo del 1978, non se ne scandalizzava: «Quasi tutte le usanze prenatalizie hanno la loro radice in parole della Sacra Scrittura. Il popolo dei credenti ha, per così dire, tradotto la Scrittura in qualcosa di visibile... Gli alberi adorni del tempo di Natale non sono altro che il tentativo di tradurre in atto queste parole: il Signore è presente, così sapevano e credevano i nostri antenati; perciò gli alberi gli devono andare incontro, inchinarsi davanti a lui, diventare una lode per il loro Signore».

Dunque nessun problema se l’albero «cattolico» trovasse parentele remote col «frassino cosmico» Yggdrasil della mitologia nordica, dalle cui foglie scende l’idromele (liquido di vita) e ai cui piedi si radunano gli dei per decidere le sorti degli uomini; ovvero con il Kien Mu, l’albero dell’Universo cinese, che ordina il mondo tra sopra e sotto, regno inferiore, umano e celeste; o ancora con Asvattha, l’albero rovesciato dell’India, le cui radici convogliano dalle nubi verso il basso l’energia sacra (dottrina peraltro ripresa in certe leggende ebraiche e islamiche) e in seguito identificato con il Ficus sotto il quale Buddha ricevette l’Illuminazione; per finire con le Americhe, dove si trovano il simbolo azteco di Quetzalcoatl – un cubo aperto su cui crescono 4 grandi alberi cosmici – e l’albero del Paradiso, proprio della mitologia Maya, personificazione del dio della pioggia Tlaloc («Colui che fa germogliare»).
Del resto, dal fascino delle piante non sono certo immuni la Bibbia (a parte l’albero dell’Eden, si ricorda il salmo che canta «Il giusto fiorirà come la palma, si moltiplicherà come il cedro del Libano») né le sofisticate civiltà greca e romana. A Roma, per onorare Attis, era uso ornare con oggetti votivi – cembali, piatti, fiasche – l’abete sacro. In Grecia la medesima essenza era dedicata alla dea lunare Artemide e se ne sventolavano rami con una pigna in punta. L’abete, già: «albero della nascita» per l’antico Egitto, essenza consacrata al compleanno del Fanciullo Divino (il giorno dopo il solstizio d’inverno) nel calendario celtico... «Il legame fra l’albero e il solstizio – scriveva l’esperto Alfredo Cattabiani – è documentato anche nei Paesi scandinavi germanici, nei quali nel medioevo ci si recava nel bosco a tagliare un abete da decorare con ghirlande, uova dipinte, dolciumi».

Viene di qui il nostro albero di Natale? Forse, ma non solo: ancora Cullmann segnala altre coincidenze, come l’uso medievale di appendere ramoscelli in casa d’inverno, oppure la leggenda secondo cui le piante fiorirono alla nascita di Gesù... Tuttavia è lo stesso teologo a prendere le distanze: «II significato cristiano dell’albero di Natale non va fatto derivare dal solstizio d’inverno, che certo è anch’esso in questione, ma solo indirettamente. Esso ha un’origine propria e risale a una tradizione medievale e al suo significato religioso: le rappresentazioni dei "misteri", che nella Santa Notte mettevano in scena davanti al portale delle chiese e delle cattedrali la storia del peccato originale nel paradiso terrestre. Esse sono la vera culla del nostro albero di Natale con la sua decorazione simbolica».

In effetti, nel passato il 24 dicembre portava in calendario i «santi» Adamo ed Eva; era in seguito alla loro felix culpa che era stato inviato il Salvatore. Logico dunque, nei sagrati o anche nelle cattedrali, erigere un «albero del Paradiso» con tanto di mele appese a far da scenario alle sacre rappresentazioni natalizie. «Esso – ancora Cullmann – simboleggia un convincimento cristiano: il peccato dell’uomo viene espiato nella notte del 24 dicembre dall’ingresso di Cristo nel mondo». Una miniatura salisburghese, anno 1489, illustra il messaggio in modo chiarissimo: un albero, la cui chioma è folta di mele e ostie, ha appeso sulla sinistra un crocifisso e sulla destra un teschio; sotto il primo Maria coglie le ostie, presso il secondo Eva distribuisce le mele.

Circa 5 secoli fa, dunque, era già presente il simbolismo oggi surrogato dalle palline natalizie (inventate nel XIX secolo dai soffiatori di vetro dell’Alsazia e della Turingia) ed eventualmente dai biscotti. Ma è solo nel XVII secolo che l’abete – soprattutto in Germania – passa dalle piazze alle case e nel contempo s’arricchisce di altri ornamenti: rose di carta (il fiore dal «virgulto di Jesse»), lamine metalliche, dolci; un albero del genere è documentato nel 1605 a Strasburgo. Di lì a poco fu la luce: dapprima grazie a candeline (la prima notizia documentata in materia è del 1662 ad Hannover), poi con lumi elettrici; e siamo sempre a metà tra gli antichi culti del fuoco praticati nella buia stagione del solstizio e il significato teologico di Cristo luce del mondo.

In Italia l’albero di Natale giunge nell’Ottocento, come dimostra un’immaginetta in cui si vede dietro al Bambino Gesù un abete decorato con candele: soggetto peraltro certamente più raro di quello che raffigura lo stesso Neonato di Betlemme unito alla (o addirittura addormentato sulla) croce, a indicare una trasparente premonizione. Del resto, non sarà ancora un «albero» a diventare il simbolo della Passione? In questo senso, il recupero cristiano dell’abete natalizio compie intero il suo ciclo: infatti, secondo quanto volevano significare pure alcune leggende medievali per le quali la croce era fatta col legno del peccato originale e fu infissa nel cranio di Adamo sepolto sul Calvario, il Natale si unirebbe ancor di più alla Pasqua proprio grazie a una pianta. L’albero di Natale e il crocifisso potrebbero non essere poi così lontani.
Roberto Beretta
Da Avvenire 

lunedì 30 novembre 2009


 Dopo il referendum svizzero

Minareti, la Ue e il Vaticano: "Colpo alla libertà religiosa" 

La Santa Sede condivide le preoccupazione dei vescovi elvetici, che hanno definito il risultato del referendum "un ostacolo all'integrazione e al rispetto reciproco"

lunedì 23 novembre 2009

In God We Trust: quando la religione è un’arma…vincente.

 


Nell'America pluralista il presidente parla alla nazione invocando un unico Dio: ma qual è la "vera religione americana"?

Ogni giorno nel pianeta circolano milioni di biglietti da un dollaro: per comprare il New York Times, un hot dog o pagare un taxi a Panama City. In God We Trust. Chi di voi ricorda questa frase stampata a caratteri cubitali su quella banconota? E chi di voi non ha mai sentito un Presidente degli Stati Uniti pronunciare la frase ‘God bless America’? La politica americana mette in piazza ogni giorno la religione, i suoi valori e i suoi simboli.
Ma sapreste dire di quale religione si parla? Obama è battista, George W. Bush è metodista, suo padre evangelico. Tutti protestanti? No, Kennedy era cattolico. Eppure, parlano tutti di Dio.
Nell’America pluralista, figlia di immigrati e ricca di immigrati, la massima carica dello Stato parla a tutta la Nazione invocando un unico Dio.
Robert Bellah definisce tutto questo religione civile: credenze, simboli e rituali condivisi dalla maggior parte degli americani a prescindere dalla fede di ciascun individuo, da Washington a Obama. E’ come se nella varietà delle religioni, la religione protestante, il cattolicesimo e l’ebraismo abbiano contribuito a creare un comune sentire, che insieme a valori più ‘terreni’ come la responsabilità personale, il senso civico e la coesione della comunità creano una dimensione religiosa trasversale ai gruppi etnici e alle singole denominazioni religiose.
Se qualcuno di voi chiedesse in questo momento agli americani se credono nella religione civile, la stragrande maggioranza di loro negherà la possibilità di aderire a più confessioni contemporaneamente, e soprattutto negherà la possibilità di fare della politica la propria religione.
Ma se leggeste i testi dei discorsi dei Presidenti, o vedeste le mani giunte del pubblico alla convention democratica in cui Barack Obama ha accettato la candidatura alla presidenza, potreste dimostrare il contrario. Gli americani si incontrano nella pubblica piazza e in famiglia, con frequenza periodica, per celebrare eventi della storia nazionale e le persone che hanno dato vita all’ “esperimento americano”, uno tra tutti il Giorno del Ringraziamento. Gli americani dichiarano di credere in un sistema di valori come la libertà e la democrazia, condannando chi non li condivide, come i vecchi regimi comunisti o l’Iraq di Saddam. Questo sistema è istituzionalizzato in un complesso coerente di norme e regole, la Costituzione e le sentenze della Corte Suprema.
Ebbene, quale differenza con una religione?
Questa è la tradizione americana: religione e politica come sfere attive nella sfera pubblica, parti dell’identità del cittadino, che sia esso indiano, afroamericano, ispanico, asiatico. Una società plurale e pluralista che tradizionalmente trova in un comune credo le basi dell’agire politico.
Tradizione e pluralismo. Tradizione è pluralismo.
Il confronto con l’Italia dei giorni nostri viene spontaneo. Il dibattito più recente si è aperto intorno al crocifisso affisso nelle aule delle scuole pubbliche: ci si chiede se il cattolicesimo, per storia e tradizione impiantato nella cultura italiana, possa essere un simbolo anche per tutti i ‘nuovi’ cittadini immigrati, per i credenti in altre religioni, e perché no, per i non credenti.
E’ possibile ammettere che in una società plurale, in cui convivono cerimonie e culti religiosi diversi, il simbolo del cattolicesimo possa essere ancora valido, coesivo, identificativo? E se così non fosse, come mantenere la tradizione pur concedendo la piena libertà di culto ai credenti in altre religioni?
Forse la soluzione è non aver paura. La soluzione è fare del pluralismo, e del pluralismo religioso, una carta viva e attiva. La soluzione è non fare del diverso un pericolo, dello straniero un nemico.
Io, musulmana, difendo il crocifisso
di Randa Ghazy
Una giovane scrittrice di origini egiziane interviene nel dibattito sulla contestata decisione di Strasburgo.... continua

sabato 21 novembre 2009

Un grave "no" culturale
di Alberto Campoleoni
....Lasciamo ai giuristi il commento puntuale della sentenza della Corte europea, contro la quale, peraltro, il governo italiano ha già dichiarato di voler ricorrere. Va considerato, però, che l’orientamento espresso da Strasburgo, in realtà, non stupisce più di tanto. Esiste da tempo, in Europa, un orientamento culturale contrario alla religione e al cristianesimo in particolare. Un orientamento laicista diffuso, anche e forse soprattutto all’interno delle Istituzioni europee che individua nelle appartenenze religiose e nella manifestazione dei simboli religiosi un “pericolo” per la società. Ci si fa scudo dei temi della libertà di coscienza e della laicità, appunto, per promuovere, invece, una reale discriminazione.
Non è un caso che, nel 2007, chiudendo la ricerca europea sull’insegnamento della religione nel Continente, promossa dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, con il sostegno della Conferenza episcopale italiana, i delegati delle diverse Chiese europee segnalavano tra l’altro, nel documento finale, la presenza in Europa di un “clima culturale” sfavorevole, preoccupato di relegare la religione nel solo ambito del privato. Questo clima, crediamo, deve preoccupare più dei crocifissi esposti nelle scuole, luoghi peraltro dove dialogo e confronto, cioè i “meccanismi” principali dell’istituzione, sarebbero in grado di neutralizzare anche eventuali improprie imposizioni alle coscienze.
Fonte SIR

lunedì 16 novembre 2009

Dio amico degli uomini



Benedetto XVI ha scritto che “nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più”

Forse più che dell’eclissi di Dio si potrebbe parlare di diverse metamorfosi di Dio: da un Dio personale a un Dio impersonale; da un Dio trascendente a un Dio immanente; da un Dio maschile a un Dio femminile. A prescindere, comunque, da queste metamorfosi e dalle difficoltà esistenziali avanzate dall’esperienza del male e dalle difficoltà razionali teorizzate dagli atei professi, Dio non è circoscrivibile dai nostri concetti, dalle nostre rappresentazioni. Se lo comprendessimo, ha scritto S. Agostino, non sarebbe più Dio. Racconta una leggenda medioevale che S. Agostino un giorno passeggiava lungo la spiaggia del mare riflettendo sulla natura di Dio e del mondo. Mentre era assorto nei suoi pensieri vide un bambino che scavava una buca nella sabbia e cercava di riempirla con l’acqua che attingeva dal mare con un secchiello. Al ritorno della sua passeggiata, si accorse che il bambino continuava a versare acqua nella buca. Si fermò, meravigliato, e domandò al bambino: “Ma che cosa fai?” Questi rispose: “Io voglio versare il mare nella mia buca”. “Ma ciò non è possibile - replicò S. Agostino -non vedi che il mare non può entrare nella tua buca?” “Esattamente come Dio non può entrare nella tua piccola mente”, disse il bambino. E, detto questo, sparì.
Dio, dunque, è più grande del cuore dell’uomo (1Gv 3, 20). Ma egli, allo stesso tempo, è amico degli uomini, non è il dio dell’olimpo, lontano dalle gioie e dalle sofferenze degli uomini. È il Dio che ascolta il grido di aiuto del popolo eletto e, quindi, di ogni uomo. È il Dio che in Gesù si è rivelato come padre. È il Dio che si rende presente nei segni sacramentali.
Mons. Ignazio Sanna Arcivescovo di Oristano




lunedì 26 ottobre 2009



Perché diciamo NO all’ora di religione islamica

Da parte di alcuni esponenti politici, compreso un Vice-Ministro, è stata avanzata la proposta di istituire un’ora di insegnamento di religione musulmana facoltativo per gli studenti che non si avvalgono dell’ora di religione cattolica. Nonostante il contesto estemporaneo in cui la proposta è stata formulata, l’AESPI ritiene opportuno dissipare ogni equivoco e manifestare tempestivamente la più decisa e motivata contrarietà al riguardo. Infatti, in primo luogo è doveroso chiedersi perché privilegiare la religione islamica e non quella ortodossa, o geovista, o buddhista: gli Ortodossi sono in Italia mezzo milione, i Testimoni di Geova quattrocentomila, mentre è difficile dire, del milione circa di immigrati da paesi a maggioranza islamica quanti siano legati realmente alla pratica di questa religione. Se dovessimo garantire a ogni alunno che vive in Italia la possibilità di studiare a scuola la propria religione (il cui insegnamento è in ogni caso libero, fuori dalla scuola) non si finirebbe più e ne risulterebbe una Babele. Ancor più, però, dobbiamo porci il problema di chi potrebbe gestire l’ora di religione islamica: infatti non esiste un interlocutore islamico unico e rappresentativo: chi scegliere tra sunniti, sciiti, halawiti, confraternite sufi, e così seguitando? E all’interno dei diversi gruppi, a chi far riferimento, in assenza di una gerarchia costituita? Chi ha il minimo indispensabile di conoscenze sull’argomento deve riconoscere che l’insipiente proposta si rivela di impossibile attuazione. Inoltre si potrebbe anche correre il rischio di allevare una scuola di terrorismo fondamentalista finanziata dallo Stato. I promotori della proposta, cullandosi nell’illusione di un «Islam moderato», pensano forse che esistano schiere di intellettuali musulmani «laici, pluralisti, democratici», pronti ad affrontare concorsi per cattedre di Islam «corretto»? L’AESPI, infine, conclude , ricordando che la Religione Cattolica, che viene insegnata per effetto del Concordato (recepito dalla Costituzione), è parte integrante della tradizione e della storia italiane, e quindi la sua conoscenza, e non quella di altre religioni, è condizione indispensabile per comprendere la nostra cultura. Per l’AESPI: Il Presidente, Prof. Angelo Ruggiero Milano, 22 ottobre 2009
Fonte:http://www.edscuola.it/

martedì 13 ottobre 2009


LA DURA LEGGE DELLA SHARI'A

Parlare di diritti umani nell'islam è questione complessa e problematica. Il rischio, infatti, è quello di essere accusati, da parte musulmana, di ingerenza e di visione prettamente occidentale nei confronti di un argomento viziato (a loro dire) da pregiudizi. (continua) 
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martedì 12 maggio 2009


La religione non è causa di divisione!

E' quanto ha detto Benedetto XVI nell'incontro nella moschea al-Hussein bin-Tallal di Amman, rivolgendosi ai leader islamici presenti, “non possiamo non essere preoccupati per il fatto che oggi, con insistenza crescente, alcuni ritengono che la religione fallisca nella sua pretesa di essere per sua natura, costruttrice di unità e di armonia, un’espressione comune fra persone e con Dio”. Il papa chiede di fare fronte comune contro una forma di laicismo che vuole le religioni ai margini della vita pubblica. “Di fatto – spiega - alcuni asseriscono che la religione è necessariamente una causa di divisione nel nostro mondo; e per tale ragione affermano che quanto minor attenzione vien data alla religione nella sfera pubblica, tanto meglio è. Certamente, - constata il papa - il contrasto di tensioni e divisioni fra seguaci di differenti tradizioni religiose, purtroppo, non può essere negato. Tuttavia, non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società? A fronte di tale situazione, in cui gli oppositori della religione cercano non semplicemente di tacitarne la voce ma di sostituirla con la loro, il bisogno che i credenti siano fedeli ai loro principi e alle loro credenze è sentito in modo quanto mai acuto.”

......

L’incoraggiamento del papa è quello di continuare a lavorare insieme, per “sondare ancor più profondamente l’essenziale rapporto fra Dio e il suo mondo, così che insieme possiamo darci da fare perché la società si accordi armoniosamente con l’ordine divino.”

Secondo il papa, cristiani e musulmani devono continuare a fornire “il loro contributo all’insegnamento e alla ricerca scientifica, come pure al servizio alla società.” Perché “tale compito costituisce la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana.”

Il papa ricorda che “i Cristiani in effetti descrivono Dio, fra gli altri modi, come Ragione creatrice, che ordina e guida il mondo. E Dio – continua - ci dota della capacità a partecipare a questa Ragione e così ad agire in accordo con ciò che è bene. I Musulmani adorano Dio, Creatore del Cielo e della Terra, che ha parlato all’umanità. E quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana è in se stessa dono di Dio, e si eleva al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità di Dio.”

Questo non è un limite. “In realtà, - spiega Benedetto XVI - In tal modo, la ragione umana viene rinvigorita nell’impegno di perseguire il suo nobile scopo di servire l’umanità, dando espressione alle nostre comuni aspirazioni più intime, ampliando, piuttosto che manipolarlo o restringerlo, il pubblico dibattito. quando la ragione umana umilmente consente ad essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita; anzi, è rafforzata nel resistere alla presunzione di andare oltre ai propri limiti.Pertanto l’adesione genuina alla religione lungi dal restringere le nostre menti amplia gli orizzonti della comprensione umana. Ciò protegge la società civile dagli eccessi di un ego ingovernabile, che tende ad assolutizzare il finito e ad eclissare l’infinito; fa sì che la libertà sia esercitata in sinergia con la verità, ed arricchisce la cultura con la conoscenza di ciò che riguarda tutto ciò che è vero, buono e bello.”

fonte: http://www.korazym.org

sabato 9 maggio 2009


"La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso....."



Benedetto XVI in occasione della benedizione della prima pietra dell'Università del Patriarcato latino a Madaba, nella sua visita in Giordania:

"...In realtà, la fede in Dio non sopprime la ricerca della verità; al contrario l'incoraggia. San Paolo esortava i primi cristiani ad aprire le proprie menti a tutto "quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode" (Fil 4,8). Ovviamente la religione, come la scienza e la tecnologia, come la filosofia ed ogni espressione della nostra ricerca della verità, possono corrompersi. La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso..... La fede matura in Dio serve grandemente per guidare l'acquisizione e la giusta applicazione della conoscenza. La scienza e la tecnologia offrono benefici straordinari alla società ed hanno migliorato grandemente la qualità della vita di molti esseri umani. Senza dubbio questa è una delle speranze di quanti promuovono questa Università, il cui motto è Sapientia et Scientia. Allo stesso tempo, la scienza ha i suoi limiti. Non può dar risposta a tutte le questioni riguardanti l'uomo e la sua esistenza. In realtà, la persona umana, il suo posto e il suo scopo nell'universo non può essere contenuto all'interno dei confini della scienza. "La natura intellettuale della persona umana si completa e deve completarsi per mezzo della sapienza, che attira dolcemente la mente dell'uomo a cercare ed amare le cose vere e buone" (cfr Gaudium et spes, 15). L'uso della conoscenza scientifica abbisogna della luce orientatrice della sapienza etica. Tale sapienza ha ispirato il giuramento di Ippocrate, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, la Convenzione di Ginevra ed altri lodevoli codici internazionali di comportamento. Pertanto, la sapienza religiosa ed etica, rispondendo alle questioni sul senso e sul valore, giocano un ruolo centrale nella formazione professionale. Conseguentemente, quelle università dove la ricerca della verità va di pari passo con la ricerca di quanto è buono e nobile offrono un servizio indispensabile alla società".