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lunedì 20 maggio 2013

La puntualizzazione della collega è pertinente e attuale, soprattutto nel contesto scolastico. 
" ... Ci sono momenti della storia in cui la Chiesa cattolica è capace di stupire, infrangendo schemi consolidati e introducendo comportamenti nuovi e inattesi.
Fu così quando Pio XII si recò nel quartiere di san Lorenzo devastato dai bombardamenti; quando Giovanni XXIII andò a trovare in visita i detenuti a Regina Coeli e convocò, a sorpresa, il ConcilioQuando Paolo VI, pochi mesi prima di morire, scrisse una lettera agli “uomini delle Brigate rosse” supplicandoli di liberare senza condizioni il suo amico di sempre Aldo Moro. Quando Giovanni Paolo I parlò di Dio come madre; quando Giovanni Paolo II chiese perdono per gli errori e le colpe della Chiesa nei secoli. Quando Benedetto XVI ha rinunciato al pontificato per il bene della Chiesa. Quando i cardinali hanno scelto Bergoglio che ha deciso di chiamarsiFrancesco e ha inaugurato il suo pontificato chiedendo la preghiera del popolo su di sé e facendo scendere il silenzio su una piazza san Pietro gremita di fedeli.
Forse è proprio grazie a questi gesti inattesi, alla capacità di stupire, che la Chiesa, nonostante gli scandali e le opacità, mantiene il suo ruolo di lievito dell’umanità. La capacità di stupire: quello che i credenti chiamano, nei secoli, il soffio dello Spirito.

Maria Grazia Giordano (insegnante di Religione - Liceo “Orazio” - Roma)

domenica 17 aprile 2011


"Le cose che ho imparato nella vita"

di Paulo Coelho

Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
- Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
- Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
- Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
- Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
- Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti,o essi controlleranno te.
- Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
- Che la pazienza richiede molta pratica.
- Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
- Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai,è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
- Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
- Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
- Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
- Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
- Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
-Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
- La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.
-È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima dperderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
-Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
-Non cercare le apparenze, possono ingannare.
-Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.
- Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
-Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
-Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
-Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
-Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
-Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
-Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
-L'amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.
-Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.
-Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l'unico che sorride e ognuno intorno a te piange.


domenica 24 ottobre 2010

Il popolo indifferente

"Quando un popolo è indifferente, allora sorgono le dittature e l’umanità diventa
un gregge solo, appena una turba senza volto; allora il bene è uguale al male, il sacro al profano; e l’amore è unicamente piacere, il male un sacrificio, un peso la libertà e la ricerca".
(David Maria Turoldo)

giovedì 21 ottobre 2010

RAIMON PANIKKAR
Sacerdote, filosofo, teologo, professore in India, a Madrid, a Roma, ad Harvard..., profondo conoscitore delle religioni che ha vissuto dal di dentro. Ha scritto numerose opere sul dialogo intrareligioso. Si è spento il 27 agosto all'età di 91 anni.


L’Etica del Dialogo (presentazione)


Primo: l’altro esiste "per" ciascuno di noi. E l’altro è il musulmano, l’altro è l’emarginato, l’altro è il marito, l’altro è il bambino, il mondo ecc. Una specie di superamento inconscio del solipsismo.

Secondo: l’altro esiste come soggetto e non soltanto come oggetto. Esiste a sé stante e non mi ha chiesto il permesso di esistere. Neanche la pietra, gli alberi, gli animali. In altre parole: non si possono trasformare le pietre in pane.

Terzo: l’altro non è oggetto di conquista, di conversione, di studi: è (s)oggetto con diritti propri, con lo stesso diritto di interpellarmi, di interrogarmi, che ho io. La relazione è, quindi, biunivoca: il dialogo è dialogo perché non è monologo. Non è soltanto domandare, ma lasciarsi anche interpellare. Per questo c’è una necessità di ascolto, di umiltà, di uguaglianza.

Quarto: anche se io penso che l’altro (e l’altro può essere un sistema religioso o culturale) sbaglia, devo entrare in contatto con lui, altrimenti non c’è dialogo e senza dialogo non c’è pace.

Quinto: la disposizione a dialogare è il principio etico supremo. Se ci si nega al dialogo, si finisce con il divorzio, con la guerra, con la bancarotta, con il disastro.

Sesto: il dialogo deve essere totale. Come dicono gli inglesi: non c’è niente di "non-negocial". Tutto deve essere messo sul tappeto, altrimenti non è dialogo dialogale, non è dialogo umano, è dialogo diplomatico. Si mira a vincere.

Settimo: l’etica è collegata al politico, dipende dal religioso ed è frutto di una cultura.
Tutto ciò relativizza l’etica, ma la rende concreta ed efficace.

Ottavo: l’etica scaturisce dal dialogo religioso e allo stesso tempo ne è la sua causa. È un circolo vitale come tutte le cose ultime.

Nono: nessuno ha il diritto di promulgare un’etica. L’etica non si promulga. Si scopre. E si scopre nel dialogo.
Inoltre in un contesto mondiale qual è quello di oggi a nessuno viene riconosciuto il diritto di promulgare un’etica universale ed assoluta.

Decimo: l’etica contemporanea deve confrontarsi con un "novum" che non si era mai verificato nella storia: il "novum" di tanta gente che muore di fame, di sete, di stenti, di violenza. E che attende una redenzione concreta: non annuncio di principî etici, ma un comportamento operativamente salvifico, purificato di ogni pretesa messianica".

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/raimonpanikkar/eticacond.htm

martedì 19 ottobre 2010




Vent'anni fa i servizi segreti comunisti uccidevano padre Popieluszko, che divenne subito il simbolo della Polonia libera
Don Jerzy il resistente
Il cappellano di Solidarnosc aveva solo 37 anni.
Dietro il viso da adolescente, una volontà di ferro e passione per la verità
Luigi Geninazzi
Avvenire 19 ottobre 2004


Per la Polonia fu un momento di grande dolore e di composta fierezza. Per il regime comunista semplicemente l'inizio della fine. Il 19 ottobre di vent'anni fa don Jerzy Popieluszko venne sequestrato e assassinato da tre agenti dei servizi segreti che, dopo averlo massacrato di botte, lo gettarono nelle acque gelide della Vistola. Oggi, sulla strada che da Torun conduce a Varsavia, nel punto dove venne rapito, c'è una croce d'abete con l'immagine della Madonna di Czestochowa. Il giallo inquietante tenne la Polonia col fiato sospeso per due settimane. A dare la notizia del rapimento fu l'autista di don Jerzy, Waldemar Chrostowski, un ex paracadutista che riuscì a saltar fuori dall'auto dei sequestratori e a dileguarsi nel bosco. Per lunghi giorni si continuò a sperare che «il cappellano di Solidarnosc» fosse ancora vivo. Fino a quando, il 27 ottobre, il capitano dagli occhi di ghiaccio Grzegorz Piotrowski confessò: «L'ho ucciso io, con le mie mani». Il corpo verrà poi ritrovato nel lago artificiale formato dalla diga di Wloclawek, un centinaio di km a nord di Varsavia. Lo choc fu immenso ma la nazione polacca lo affrontò senza cedere alla rabbia o alla violenza, memore delle parole che padre Jerzy soleva ripetere: «Dobbiamo vincere il male col bene». Chi era don Popieluszko? «Un fanatico politico, un Savonarola dell'anti-comunismo, un tipico esempio del clericalismo militante» l'aveva definito il portavoce del governo Jerzy Urban (oggi editore di una rivista porno-satirica). Il suo nome, insieme con altri sacerdoti vicini a Solidarnosc, stava su una lista nera che venne sottoposta alle autorità ecclesiastiche in vista di una espulsione. Per don Jerzy si profilava un periodo di studio a Roma, lontano dagli operai delle acciaierie Huta Warszawa ai quali era stato assegnato come cappellano dopo l'agosto 1980, data di nascita del libero sindacato. Ma intervenne il Vaticano e don Popieluszko rimase al suo posto. Aveva solo 37 anni ed era già diventato un simbolo per i polacchi, nonostante l'aspetto modesto e il fisico malaticcio. Era un puro di cuore che dietro il viso da adolescente nascondeva una volontà di ferro e una passione incondizionata per la verità. Non era un politicante, anzi si mostrava fin troppo schivo e riservato. Quando una volta gli chiesi un'intervista rifiutò decisamente: «Sono solo un povero prete. Se vuol sapere come la penso venga a sentire quel che dico ai fedeli». Era lì, nella chiesa affollata all'inverosimile di san Stanislao Kostka, nel quartiere operaio di Zoliborz a Varsavia, che don Jerzy una volta al mese celebrava la «Messa per la patria», una tradizione che risaliva all'Ottocento quando la Polonia senza Stato difendeva la sua identità rifugiandosi sotto il manto della Chiesa cattolica. «Poiché con l'instaurazione della legge marziale (introdotta nel dicembre 1981, ndr) ci è stata tolta la libertà di parola, ascoltiamo la voce del nostro cuore e della nostra coscienza» diceva, invitando i polacchi «a vivere nella verità dei figli di Dio, non nella menzogna imposta dal regime». Oltre che di grande coraggio il piccolo don Jerzy era dotato di humour. A conclusione delle Messe per la patria chiedeva ai fedeli di pregare «per coloro che sono venuti qui per dovere professionale», mettendo in imbarazzo gli spioni del Sb, il servizio di sicurezza, che in chiesa si trovavano a loro agio come un sordomuto a un concerto rock. Avevano deciso di fargliela pagar cara. Iniziarono con le minacce, seguirono con le perquisizioni che portarono alla "scoperta" di materiale esplosivo in canonica e all'ordine d'arresto per il «prete sovversivo». Lui manteneva il suo sorriso triste da fanciullino. Fino a quando, la notte del 19 ottobre, gli maciullarono la bocca dopo avergli fracassato il cranio a colpi di manganello. Un delitto compiuto con ferocia bestiale, raccontato nei macabri dettagli dagli assassini nel corso di un drammatico processo. I mandanti non furono mai giudicati. Gli imputati vennero condannati ma ebbero la pena ridotta e sono già usciti tutti dal carcere. È triste ammetterlo, ma sembra che i crimini efferati di quel regime siano rimasti sepolti sotto le macerie del comunismo. Don Jerzy invece continua a vivere: sulla sua tomba si recano in pellegrinaggio milioni di persone che lo venerano come il testimone della resistenza morale e spirituale della nazione polacca. Dal 1997 è in corso la causa di beatificazione che sembra ormai vicina alla conclusione. Eroe della libertà e testimone della fede, don Popieluszko ci appare come «l'autentico profeta dell'Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte», ha detto Giovanni Paolo II. Un messaggio più che mai attuale a vent'anni dal suo martirio.
(Avvenire) 20 anni fa il maritirio di don Jerzy

mercoledì 18 agosto 2010

Padre Pedro : una vita al servizio dei poveri

 

 Quando meno e da chi meno te l'aspetti!
'E proprio così. In una caldissima mattinata di agosto scopro questo personaggio straordinario grazie ad un amico emigrato in quella parte dell'Africa.                                                                                                      

Lo propongo all'attenzione dei lettori perchè scuota la loro coscienza, come ha scosso la mia.

"...Bambini che rovistano tra i rifiuti di un'immensa discarica da cui perfino gli animali si tengono lontano, tale è il fetore che ne emana: questo è lo spettacolo che si presenta agli occhi di Padre Pedro quando, nel 1989, arriva a Antananarivo, la capitale del Madagascar..."Leggi

Sull’argomento si può leggere:
• Padre Pedro, Autobiografia di un ribelle. Ed. Paoline 2008, 16 euro 

domenica 1 agosto 2010

Caterina – Diario di un padre nella tempesta

Questo è il testo che compare nella terza di copertina del libro:
“Cosa provano una madre o un padre di fronte a una figlia distesa su un letto, immobile, nell’impotenza di svegliarla, non si può dire. L’angoscia e la paura di quello che potrebbe essere non hanno limiti e bisogna subito rifugiarsi nel presente e nell’implorazione alla nostra buona Madre, che può tutto e che ci ama.”... Continua
fonte: http://www.zenit.org

mercoledì 30 giugno 2010

padre Camillo de Piaz
Camillo DE PIAZ è nato a Madonna di Tirano (Tirano, SO)  il 24 febbraio 1918. Frate dei Servi di Maria dal 1934, ordinato sacerdote nel 1941 viene destinato al convento milanese del suo Ordine di San Carlo al Corso, insieme al confratello David Maria Turoldo in vista della loro iscrizione all'Università Cattolica del Sacro Cuore (De Piaz, Lettere Moderne; Turoldo, Filosofia).
Nella condizione di frati e di studenti partecipano attivamente alla Resistenza, esperienza che segnerà profondamente la loro vita e motiverà il loro costante impegno democratico. Nel dopoguerra, con un gruppo di amici intellettuali, fondano presso il convento di San Carlo la Corsia dei Servi della quale animeranno per anni l'attività culturale (conferenze, editoria, cineforum, mostre) attorno alla omonima libreria che diverrà un punto di riferimento del mondo culturale cattolico e non, soprattutto durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. ... E' morto a Sondrio il 31 gennaio 2010.

mercoledì 9 giugno 2010

Il tenore Andrea Bocelli parla di una giovane donna a cui i medici le avevano consigliato di abortire.
"Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio".

Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana

lunedì 15 marzo 2010

Romero Martire della Guerra fredda
 A 30 ANNI DALLA MORTE DEL VESCOVO DEL SALVADOR

 di
Andrea Riccardi
S
ono passati trent’anni dalla morte di Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, il 24 marzo del 1980, ucciso sull’altare, con un solo colpo di fucile, mentre celebrava la Messa. La sua figura ha suscitato forti sentimenti. La polemica o la passione hanno avuto la meglio sulla ricerca scientifica (anche se oggi abbiamo a disposizione una biografia definitiva, quella di Roberto Morozzo,
Primero Dios , edita da Mondadori). Chi fu Romero? È il salvadoregno più noto di un Paese che non ha avuto l’onore delle cronache internazionali con l’eccezione di quando fu una delle poste in gioco della guerra fredda: nei giorni scorsi il parlamento del Salvador ha decretato il 24 marzo «Giorno di monsignor Oscar Arnulfo Romero». Il vescovo-martire è divenuto, per alcuni, il simbolo dell’impegno per la liberazione. Per chi tale posizione ha osteggiato, è figura poco chiara. Alla vigilia della celebrazione dei nuovi martiri, nel 2000, parlai di Romero con Giovanni Paolo II per quella celebrazione: «Dicono che sia una bandiera della sinistra», mi disse il Papa. Io gli ricordai la sua visita a San Salvador, quando si impose per andare sulla tomba dell’arcivescovo, nonostante la volontà contraria del governo. Stese le mani sulla tomba e disse: «Romero è nostro». Alla celebrazione dei nuovi martiri al Colosseo il Papa disse: «Pastori zelanti come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, assassinato sull’altare durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico». Sì, Romero è un sacerdote martire sull’altare. È da qui che bisogna cominciare a guardare la sua vita. Romero non si sentiva un eroe. Aveva paura di morire. Mi ha confidato il cardinale Moreira Neves che, il 31 gennaio 1980, nel suo ultimo passaggio a Roma, Romero gli disse che pensava che sarebbe stato ucciso presto, anche se non sapeva se dalla destra o dalla sinistra. Tuttavia non chiese un posto a Roma, ma tornò nella sua diocesi. Un mese prima di morire scriveva: «Ho paura per la violenza verso la mia persona.
  Sono stato avvertito di serie minacce proprio per questa settimana. Temo per la debolezza della carne ma chiedo al Signore che mi dia serenità e perseveranza… Gesù Cristo assistette i martiri e, se necessario, lo sentirò più vicino nell’affidargli il mio ultimo respiro. Ma più prezioso che il momento di morire è affidargli tutta la vita, vivere per lui». Nel clima nebbioso e confuso della Guerra fredda nella periferia centroamericana, visse e predicò la fede. Occorre comprendere meglio tutta la sua storia, non solo quella
degli ultimi anni, quasi che la vita precedente sia niente.
  Romero aveva studiato a Roma: era un prete romano, distaccato dal clima nazional-clericale di una parte del clero salvadoregno. Rappresenta quel clero che la Santa Sede voleva costruire in America Latina dalla fine dell’Ottocento: preti seri, pastorali e spirituali. Romero era stato toccato dal «Movimento per un Mondo Migliore» del gesuita padre Lombardi. Il magistero del Papa, in particolare Paolo VI, era decisivo per lui, che si muoveva nel linguaggio dei documenti montiniani, memorizzati e interiorizzati. In una lettera al cardinal Pironio nel 1977 scriveva: «Alcuni tendono a radicalizzarsi e a far uso della violenza come risposta, il che la Chiesa non può accettare e condanna… Ci preoccupa pure la durezza di cuore di quelli che
potrebbero fare qualcosa di più per la tremenda miseria del nostro popolo… I nostri appelli alla non violenza e a una vita e giustizia cristiane basate sul Vangelo e sul magistero della Chiesa sono attaccati pubblicamente e anonimamente da chi si sente colpito. Ci consola pensare che la nostra attività è conforme al Vangelo e a quanto la Chiesa universale ha proclamato…». Questa è la sua posizione, anche se non aveva politiche da suggerire nel quadro della lotta. L’arcivescovo parla di fede e pace, difendendo i poveri e mantenendo vive le attività della Chiesa. Romero non è un politico e si sente defensor civitatis, maestro di umanità per l’intera società. Non è facile fare i conti con le ragioni del governo, davvero non alte, e con il fondamentalismo politico della guerriglia. Romero considera il suo magistero come alta istanza etica e umana. Ma, a El Salvador, nel quadro della polarizzazione, non c’è spazio. Anzi, quando tale spazio si apre, va brutalmente chiuso. Non ci doveva essere una posizione intermedia, superiore ai due fronti in lotta. Romero è un vescovo in tempi difficili, anzi impossibili. Pose se stesso e la sua Chiesa, come guida verso la pace, quando non si vedeva lo sbocco politico per il domani. Credeva nella forza della fede: «Al di sopra delle tragedie, del sangue e della violenza, c’è una parola di fede e di speranza che ci dice: c’è una via d’uscita… Noi cristiani possediamo una forza unica». Resta un modello di vescovo fedele. Monsignor Romero fu un vescovo al servizio del Vangelo e della Chiesa. Il suo motto episcopale era Sentir con la Iglesia . La sua priorità: la salus animarum . Se Giovanni Paolo II fu un «liberatore» nel cuore europeo della Guerra fredda, Romero fu un martire nell’estrema periferia di questo scontro. A trent’anni dalla sua morte, liberi dalle passioni di chi fu coinvolto nella storia di allora, ma non così lontani nel tempo da non poter capire il dramma e l’esemplarità della figura, dobbiamo avere il coraggio di fare i conti con questo martire, che è figlio della Chiesa e che tutto aspettava da lei. La paura verso di lui è una cattiva consigliera, che condanna a non far fruttificare il sangue che Romero generosamente sparse sull’altare. Nella storia dello spirito, che scorre profonda oltre la cronaca delle passioni, Romero resta una figura decisiva. Non per l’importanza del suo Paese. Non per l’acutezza sociopolitica del suo pensiero. Ma perché fu un martire.
 Una bimba osserva il ritratto di Oscar Romero nella cattedrale di San Salvador.
  Il 24 marzo ricorrono 30 anni dal suo omicidio, avvenuto mentre egli celebrava la messa mattutina

domenica 21 febbraio 2010

Che cos'è essere cristiano? Hans Küng (2009)
“Qual è la caratteristica essenziale del cristianesimo? Per riassumere al massimo, direi che è Gesù
Cristo stesso. È l'incarnazione viva e decisiva, la sua causa, la sua vera misura. Incarna un modo
totalmente nuovo di vivere, un nuovo stile di vita. Ci propone, a noi uomini moderni, un modo di
vedere le cose e un modello di pratica unici, anche se noi possiamo evidentemente applicarli in
modi molto diversi. Con tutta la sua persona, lui è invito, richiamo, provocazione. Chiede a tutti,
individui e società, di riorientarsi concretamente, di cambiare atteggiamento scoprendo nuove
motivazioni, nuove disposizioni, un nuovo orizzonte di senso ed un nuovo destino.
Chi allora è cristiano? Non è semplicemente l'uomo che conduce correttamente la sua vita sociale o
anche religiosa. Certo bisogna legare interiorità cristiana e apertura al mondo, ma anche il non
cristiano può essere umano, sociale e autenticamente religioso. È cristiano colui che cerca di vivere
la sua umanità, le sue relazioni sociali e la sua vita religiosa a partire da Cristo, secondo il suo
spirito, secondo la sua misura, né più né meno.” continua

sabato 12 dicembre 2009

ENRICO MEDI (1911-1974)
«Oh voi misteriose galassie, voi mandate luce ma non intendete; voi mandate bagliori di bellezza ma bellezza non possedete; voi avete immensità di grandezza ma grandezza non calcolata. Io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Da voi io prendo la luce e ne faccio scienza, prendo il moto e ne fo sapienza, prendo lo sfavillio dei colori e ne fo poesia; io prendo voi oh stelle nelle mie mani e tremando nell'unità dell'essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse e in preghiera vi porgo a quel Creatore che solo per mio mezzo voi stelle potete adorare»

venerdì 20 novembre 2009


MARIO POMILIO

« Paradossalmente fare teologia è l’unico modo, per il cristiano in quanto tale, di fare cultura, d’offrire un contributo autonomo e originale al discorso culturale del proprio tempo » . E aggiungeva: « Ecco come oltre tutto ' fare teologia', coniugare col Vangelo le culture umane o, come vuole la Evangelii nutiandi, raggiungerle e quasi sconvolgerle dal di dentro mediante la forza del Vangelo modificandone i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti d’interesse, può rispondere, specie oggi, alle stesse fondamentali esigenze della convivenza civile» (Scritti cristiani). 
Fonte: Avvenire 
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lunedì 2 novembre 2009

Il mio passato

Alda Merini

Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho gia’ visto
non conta piu’ niente.
Il passato ed il futuro
non sono realta’ ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.
 

lunedì 5 ottobre 2009

Anna: Io peccatrice mi sono lasciata sedurre da Dio


Parla l’ex cubista nei night che ha scelto di diventare suora.

La sua vita diventerà un musical. Una storia tenebrosa fra il male, il sesso e l’alcol. Poi l’illuminazione e la lunga strada verso la purificazione, la castità, la serenità. Da pochi mesi ha preso i voti perpetui in una congregazione religiosa che si occupa degli operai. <>.
In molti la ricorderanno, l’11 ottobre del 2008, nell’ultima ora della diretta su RAI UNO de “La Bibbia Giorno e notte”. Luminosa e aerea come un angelo, nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, ad introdurre sulle punte la parte finale dell’Apocalisse, una giovane donna. Sì, perché Dio esige non solo il cuore, vuole la nostra corporeità. È un Dio che si prende tutto. <<È stato per me un momento di panico, perché ho iniziato a danzare senza musica, ma ho continuato sapendo di dover dare tutta me stessa in un atto estremo di amore>>. Sorride ancora al pensiero suor Anna Nobili. Stiamo parlando, infatti, non di una danzatrice normale, bensì di una religiosa che ha attraversato il fuoco della conversione. Da cubista e danzatrice della notte nei locali più alla moda di Milano e della Lombardia a consacrata fra le Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth, congregazione fondata dal beato Arcangelo Todini, che sarà canonizzato nel 2009. Da una vita spericolata all’insegnamento di “Holy dance”, danza santa” o sacra al centro pastorale giovanile di Palestrina vicino a Roma (si veda il sito www.diocesipalestrina.it/giovani). Sette corsi di danza moderna cristiana con una sessantina di allievi, bambini, pre-adolescenti, adolescenti e giovani.
Anna cubista
Anna cubista
<>. Da quando è religiosa Anna Nobili e una delle suore più richieste d’Italia. Convertita? Sedotta da Dio? Sicuramente cambiata e trasformata. <>. O, ancora, l’Antico Testamento: <>. La storia di Anna, 39 anni, coi lineamenti dolcissimi di una fanciulla, è la storia di una seduzione. Il racconto di un passaggio dalle tenebre alla luce.

Anna oggi
Anna oggi
I voti perpetui li ha presi nel settembre del 2008 a Palestrina, Nel mezzo ci sono anni. Immagino di angosce, dubbi, turbamenti. Anni enigmatici. Una trasformazione non indolore.
fonte:raivaticano.blog.rai.it/

lunedì 14 settembre 2009


Alla vigilia del giorno del sedicesimo anniversario della sua morte, ricordiamo Padre Pino Puglisi, il sacerdote di Brancaccio che non si piegò alla mafia.

Il Signore sa aspettare
"Nessun uomo è lontano dal Signore.
Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi.
Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere.
Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà.".

Dagli scritti di don Pino,

lunedì 1 giugno 2009



«Gli insegnamenti di Gesù Cristo sono stati una svolta, un modo per confrontarsi con il terribile enigma della vita umana e confondersi di fronte ad esso. Che cosa miracolosa! Quali pensieri deve aver avuto Gesù prima di “aprire la sua bocca” e iniziare il Discorso della montagna. Che pensieri profondi, oscuri e silenziosi (long dark silent thoughts)!»
«Cristo è il primo uomo a essersi reso conto che l’amore è il principio della vita umana. Lui ora risplende sopra di noi più grande che mai e io sarei pronto a scommettere che nel prossimo secolo Cristo (e i pochi altri grandi uomini come lui) riempiranno le menti della gente come mai prima»
Gesù «è stato il primo, e forse l’ultimo, a riconoscere che affrontare il mistero ultimo della vita è l’unica attività importante a questo mondo».

«Abbiamo bisogno di Gesù? Si sta avvicinando quel momento? E questo Agnello di Dio rivelerà (will reveal)? Rivelerà i segreti della gioia sulla terra e nella morte?»

«Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia».
«Sarò forte come l’acciaio, mio Signore, diventerò sempre più forte, il fuoco mi forgerà, mi renderà più deciso, più saldo, migliore, secondo la tua volontà o Dio perduto, secondo i tuoi comandamenti. Ora lascia che io Ti trovi, come una nuova gioia che invade la terra all’inizio del nuovo giorno, come il cavallo che, nel suo campo, al mattino, vede il padrone giungere verso di lui attraverso l’erba. Ora sono come l’acciaio, mio Signore, tu mi hai reso forte e pieno di speranza. Colpiscimi e risuonerò come una campana!»